Natività di Gesù “veduta” dalla veggente e mistica Maria Valtorta

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«Nella capanna la luce cresce sempre di più. È insostenibile all’occhio…quando lo torna a essere al mio guardare, vedo la Vergine, ora Madre, col Figlio neonato sulle braccia»

22 Dicembre 2018 | di | Senza categoria

«L’Evangelo come mi è stato rivelato» è l’opera principale della veggente Maria Valtorta (1897-1961). Narra la nascita e l’infanzia della Vergine Maria e del figlio Gesù e i tre anni della vita pubblica del nazareno, la sua passione, morte, resurrezione e ascensione, i primordi della Chiesa e l’assunzione di Maria. Una voluminosa opera di oltre 12.000 pagine nelle quali la Valtorta, già inferma da nove anni, agli inizi del 1943 e precisamente il 23 aprile di quell’anno – venerdì santo – iniziò a scrivere sottodettatura di una vocela vita di Maria e di Gesù così come la “vedeva” in maniera particolareggiata, usi, costumi, paesaggi della Palestina del tempo del Nazareno.

Quanto viene affermato dalla Valtorta razionalmente non dovrebbe essere possibile, tornare indietro nel tempo in base alle nostre conoscenze, avere visioni di avvenimenti passati e nel caso specifico risalenti a oltre 2.000 anni fa, quando  Gesù percorreva le vie della Palestina, ma dalla analisi particolareggiata delle informazioni calendariali, come il riferimento alle fasi lunari, costellazioni, descrizioni di dati meteorologici della Palestina, essi risultano assolutamente veritieri. L’autrice afferma che non si tratta della sua fantasia ma che le visioni che ella ebbe erano un segno della volontà della Vergine Maria e di Gesù.

       Maria Valtorta su Wikipedia

Nei suoi scritti vi sono elementi narrativi che veicolano informazioni importanti come i giorni di riposo, le principali festività giudaiche, i giorni di mercato, i giorni di pioggia. Tutto è stato attentamente esaminato dal Servizio Meteorologico Israeliano e ritenuto coincidente, inspiegabilmente, con i loro dati. Per certo Maria Valtorta non andò mai in Palestina, peraltro durante la seconda guerra mondiale non esistevano programmi di calcolo astronomici che vi sono oggi, ne è possibile per la scienza recuperare informazioni dettagliate riguardanti un passato molto remoto. L’analisi degli scritti della Valtorta ha dimostrato come gli avvenimenti che Ella narra sulla vita di Maria e di Gesù siano assolutamente condivisibili.

La narrazione della nascita di Gesù è relativa alla “visione” che la Valtorta ebbe il 6 giugno del 1944, una data importante, perché la veggente non poteva sapere, incrociando dati storici, che proprio in quella giornata “stranamente” sarebbe avvenuto  lo sbarco in Normandia da parte degli alleati, primo atto per sconfiggere il satana nazista. (Le armate del Bene si alleano per sconfiggere il male). È in questa data che avviene da parte di Maria alla veggente la narrazione della Divina maternità. Parlando anni fa con il collega vaticanista Giuseppe De Carli, direttore all’epoca di Rai Vaticano con il quale collaboravo per il blog, prematuramente scomparso nel 2010, mi disse: «fai attenzione alle date delle apparizioni o visioni delle veggenti perché hanno sempre una verità soprannaturale nascosta».

Era tempo di pace nei confini dell’Impero Romano e  l’Imperatore aveva emanato un editto con il quale veniva stabilito un censimento di tutte le popolazioni. Bisognava andarsi a registrare nella città di origine della propria famiglia; nel caso di Giuseppe e Maria a Betlemme, vicino Gerusalemme. Maria ormai più che “tondetta” perché i giorni della nascita di Gesù stavano per compiersi, si mise in viaggio con Giuseppe sapendo dalle scritture che il Messia avrebbe dovuto nascere a Betlemme e che quindi quel viaggio era stato previsto da Dio Padre.

La Valtorta descrive il viaggio e racconta che proprio a causa del grande movimento di persone, Giuseppe si era dovuto accontentare di un solo asino e narra la visione: «Maria è su un ciuchino bigio avvolta nel pesante mantello, Giuseppe cammina a lato tenendo la briglia “sei stanca?” chiede ogni tanto. Maria lo guarda sorridendo  e dice “No” alla terza volta aggiunge: “piuttosto tu che devi camminare sarai stanco”, “oh per me è niente, se avessi trovato un altro asino potevi essere più comoda” – Giuseppe aggiunge – “hai freddo?”, “No grazie” risponde Maria. Giuseppe le tocca i piedi calzati nei sandali e li deve sentire freddi perché si leva una coperta che ha a tracolla e avvolge le gambe di Maria. Incontrano un pastore con un gregge, Giuseppe gli dice qualcosa e il pastore prende dalla bisaccia una rozza scodella, munge una grassa pecora e dà la scodella a Giuseppe che la offre a Maria. “Dio benedica entrambi” dice Maria. “Venite da lontano? E lei è tua moglie?” chiede il pastore, “Sì, è mia moglie, e da Nazareth  andiamo a Betlemme”.

“Lungo viaggio per una donna in quello stato” – dice il pastore – “avete dove andare? Betlemme è piena di popolo venuto da ogni dove. Non so se troverete alloggio. Sei pratico del luogo? Ebbene io ti insegno”… “per Lei (e accenna a Maria) cercate dell’albergo, è in una piazza la più grande. Non potete sbagliare. Vi è una fonte davanti ma sarà pieno. Se non trovate girate dietro l’albergo verso la campagna. Vi sono stalle nel monte che delle volte servono ai mercanti che vanno a Gerusalemme per mettervi le bestie. Certo sono fredde, umide e senza porta, ma sono sempre un rifugio perché…la donna non può rimanere per la via. Forse là troverete un posto e del fieno per dormire e per l’asino. Che Dio vi accompagni”. “Dio ti dia gioia” risponde Maria. Riprendono la via arrivano alle case di Betlemme. “Eccoci nella terra di Davide, Maria, ora riposerai. Mi sembri tanto stanca”. “No. Pensavo…penso”: Maria afferra la mano di Giuseppe e gli dice con un sorriso beato “Penso proprio che il tempo sia giunto”.

“Dio di misericordia come facciamo?” grida Giuseppe “non temere Giuseppe” risponde Maria – “abbi costanza vedi come sono calma io?” affrettano il passo e giungono all’albergo. È pieno persino sotto i rustici portici che lo circondano. Giuseppe supplica l’albergatore, c’è una donna che sta per partorire, supplica i viaggiatori nessuno gli dà retta. Abbiano pietà. Niente. Vi è un ricco fariseo che li guarda con palese disprezzo e quando Maria si accosta si scansa come si fosse avvicinata una lebbrosa. Giuseppe lo guarda e un rossore di sdegno gli monta al volto. Maria posa la mano sul polso di Giuseppe per calmarlo e dice “Non insistere. Andiamo. Dio provvederà”. Seguono il muro dell’albergo, trovano delle grotte e delle stalle ma sono già occupate. “Ehi! Galileo!” gli grida un vecchio “là in fondo sotto quella rovina vi è una tana. Non c’è ancora nessuno”. Giuseppe e Maria si affrettano. Sono le fondamenta di una antica costruzione a cui fan da tetto macerie puntellate con tronchi d’albero appena sgrezzati. Vi è pochissima luce.

Giuseppe trae dalla tasca un’esca un acciarino e una lucernetta dalla bisaccia che ha a tracolla. Un muggito lo saluta. “Vieni Maria è vuota. Non vi è che un bue! Meglio che niente”. Maria smonta dal ciuchino ed entra. Vi è un rozzo sedile e due pietre in un angolo. Il nero dell’angolo indica che là si fa il fuoco. Maria ha freddo e si accosta al bue, gli mette le mani sul collo per sentirne il tepore. Giuseppe fa un letto per Maria prendendo il fieno dalla greppia dove mangia il bue. Poi scova un secchio ammaccato tutto capovolto, esce perché fuori ha visto un rito e torna con dell’acqua per l’asinello che ha sistemato vicino al bue. Accende il fuoco. Maria si accomoda nel soffice fieno con le spalle appoggiate ad un tronco. Giuseppe completa l’arredamento stendendo il suo mantello come una tenda sul pertugio che fa da porta. Poi offre pane e formaggio alla Vergine, quindi la copre con il mantello di Maria stessa e con la coperta che aveva prima ai piedi.

Ad un certo punto – secondo il racconto di Maria Valtorta – una luce si sprigiona sempre più dal corpo di Maria. È Lei ora la depositaria della Luce. La luce cresce sempre di più. È insostenibile all’occhio. In essa scompare come assorbita da un velario di incandescenza, la Vergine….e ne merge ora la Madre. Quando la luce torna ad essere sostenibile al mio vedere, io vedo Maria col Figlio neonato sulle braccia. Un piccolo Bambino roseo e grassottello che annaspa e zampetta con le manine grosse, che vagisce con una vocina tremula quasi un agnellino appena nato, muove la testolina nuda di capelli che la Mamma sostiene lo adora piangendo e ridendo insieme e si curva a baciarlo. Il bue di fronte a quel bagliore muggisce l’asinello raglia. Anche Giuseppe che pregava con gli occhi chiusi intravvede tra le dita il bagliore della luce, alza il viso mentre sente Maria che lo chiama. Si volta, vede Maria e il bambino nella luce e rimane come fulminato. Giuseppe caduto in ginocchio alza le braccia al cielo mentre Maria offre solennemente il Bambino a Dio Padre.

Questa la visione che la mistica Valtorta racconta. Per la dottrina cristiana la Vergine rimase tale prima durante e dopo il parto. Il Verbo-Gesù compì nella notte della sua nascita un miracolo simile a quello del Cenacolo attraversando quindi le “pareti del grembo di Maria e materializzandosi all’esterno tra le sue braccia” Maria quindi rimase indenne dalle doglie dolorose del parto. È lo stesso miracolo che Gesù compì la sera del giorno della Resurrezione quando apparve all’improvviso davanti agli apostoli sbucando e materializzandosi dal nulla nel Cenacolo “a porte chiuse” come narrano i Vangeli.

 

Giancarlo Cocco

Foto © in apertura lo schizzo fatto dalla Valtorta su come era la grotta ripreso dal web sulle sue visioni; Wikipedia; Facebook; Fondazione Maria Valtorta; YouTube

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