Venezuela, il Parlamento europeo riconosce Guaidó presidente

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Alta tensione nel governo M5S-Lega per la posizione italiana. Francia, Germania, Regno Unito e Spagna aspettano la risposta di Maduro all’ultimatum

31 Gennaio 2019 | di | Europa - Politica

Juan Guaidó, autoproclamatosi presidente del Venezuela lo scorso 23 gennaio, incassa l’appoggio del Parlamento europeo che lo ha riconosciuto come leader legittimo ad interim del Paese Sudamericano. Lo avevano già fatto gli Stati Uniti, il Canada e vari Paesi dell’America latina (Argentina, Brasile, Cile e Colombia), ora dall’Eurocamera è arrivato il primo formale sostegno europeo, anche se non vincolante, al presidente del parlamento venezuelano (Assemblea nazionale) autoproclamatosi capo dell’esecutivo contro Maduro. Nella miniplenaria di Bruxelles, gli europarlamentari hanno dato il via libera a una risoluzione (439 sì, 104 no e 88 astensioni) in cui hanno esortato gli Stati membri a riconoscere Guaidó fino a quando non saranno indette nuove elezioni presidenziali. Anche i ministri degli Esteri europei, riuniti a Bucarest (Romania presidente del semestre europeo, ndr), si sono mossi: l’Alto rappresentante Federica Mogherini ha annunciato che l’Ue vuole coordinare un gruppo di contatto internazionale di Paesi europei (anche l’Italia) e latinoamericani per facilitare l’approdo a un nuovo voto in Venezuela.

Il fronte anti-Maduro è guidato da un’avanguardia di quattro Paesi – Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – che per primi gli hanno dato un ultimatum la settimana scorsa: otto giorni per convocare elezioni presidenziali. Oggi Parigi ha ricordato che la crisi politica di Caracas non accenna a disinnescarsi e se non ci sarà una data entro domenica, lei, Berlino, Londra e Madrid riconosceranno Guaidó. In questo schieramento l’Italia continua a chiamarsi fuori, pur aderendo a tutte le iniziative dell’Unione europea, come ribadito ieri in Senato dal ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi.

La tensione a Roma sulla leadership venezuelana riguarda soprattutto i 5 Stelle, che propendono ad opporsi a qualsiasi presa di posizione, come ha sostenuto chiaramente il sottosegretario Manlio Di Stefano in un’intervista a Tg2000: «L’Italia non riconosce Guaidó perché siamo totalmente contrari al fatto che un Paese o un insieme di Paesi terzi possano determinare le politiche interne di un altro Paese». Aggiungendo: «Si chiama principio di non ingerenza ed è riconosciuto dalle Nazioni unite, non vogliamo un’altra Libia». Anche la Lega a Strasburgo si è astenuta, sebbene in serata il sottosegretario agli Esteri Guglielmo Picchi abbia chiarito su Twitter che per il Carroccio «la presidenza Maduro è terminata». I leghisti vogliono la convocazione di nuove elezioni con la garanzia di osservatori indipendenti (Osce) ma – è il ragionamento che si raccoglie da fonti del partito – riconoscere ora il leader dell’opposizione potrebbe aggravare la situazione interna, con rischi per i nostri connazionali. A onor del vero anche diversi parlamentari del Pd in Europa si sono astenuti dalla decisione.

Posizione del governo italiano a parte, emersa successivamente al voto a Bruxelles, a Caracas Guaidó ha ringraziato il Parlamento europeo per il sostegno, in un colloquio con il presidente Antonio Tajani, per avviare una cooperazione con l’Europa per la protezione dei beni venezuelani all’estero e per gli aiuti umanitari. Ma in casa il leader dell’opposizione deve affrontare una partita molto delicata, spesso per continue “intimidazioni”. Lui stesso ha denunciato che le forze speciali di polizia Faes fedeli a Nicolás Maduro sono entrate in casa sua, per cercare la moglie, costringendolo ad interrompere la presentazione del programma dell’opposizione, come riportato dall’Agenzia Ansa.

«Cercano di impaurirci, ma non ce la faranno», ha assicurato Guaidó, anche se il blitz dimostra quanto sia decisivo il sostegno dei militari in questa crisi. L’autoproclamato presidente ha confermato di aver avuto «incontri clandestini con membri delle forze armate e delle forze di sicurezza» e di scommettere sul fatto che «la maggioranza» di loro ritenga «insostenibili i recenti travagli del Paese». E per incentivarli, ha più volte promesso un’amnistia. Il presidente del parlamento di Caracas, oltre ad avere il sostegno di oltre 60 Stati, sente di avere anche la fiducia della maggioranza della popolazione, che per la prima volta in decenni di chavismo si sarebbe ribellata a un regime che ha messo in ginocchio il Paese, riducendolo praticamente alla fame e cancellando i basilari diritti umani. In un’intervista al quotidiano spagnolo El Pais ha dichiarato: «In Venezuela non c’è rischio di una guerra civile, come qualcuno ha voluto vedere o fare vedere», perché «il 90% della popolazione vuole un cambiamento». L’Organizzazione degli Stati americani (Oas) ha condannato le «intimidazioni» da parte «delle forze repressive dell’illegittima dittatura» di Caracas.

«A Maduro resta poco tempo», ha assicurato Guaidó, che ha lanciato un appello all’unità dei venezuelani «fino alla rottura finale del regime», ripetendo la sua road map in tre punti: «Fine dell’usurpazione, governo di transizione ed elezioni libere», al massimo entro un anno. Maduro però continua a tenere il punto, a parte la concessione di elezioni politiche. Il suo governo ha rilanciato le accuse di una «cospirazione internazionale», che sarebbe dovuta culminare con l’assassinio del presidente, con il coinvolgimento della Cia, «sicari colombiani» e dell’opposizione in esilio. Allo stesso tempo, le pressioni internazionali hanno convinto il regime a rilasciare cinque giornalisti stranieri, tre dell’agenzia spagnola Efe e due francesi, che erano stati arrestati. In un atto dal sapore chiaramente intimidatorio.

 

Elodie Dubois

Foto © BBC

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