Lo stato islamico: chi finanzia il terrorismo dell’Isis?

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Petrolio, reperti archeologici e banche islamiche. Ecco chi finanzia il Califfato, partendo dalle recenti dichiarazioni di Putin al G20

«Come da noi accertato, i fondi provengono da 40 Paesi, in particolare da alcuni membri del G20». Le parole di Putin, pronunciate durante il recente incontro dei 20 Grandi di Antalya, in Turchia, sembrano aver scioccato il mondo. Eppure, segnalazioni di questo tipo circolavano già da almeno un anno.

Al momento la Federazione Russa sembra essere lo Stato più attivo nella guerra contro l’Isis: oltre alla mobilitazione militare, Putin ha istituito una commissione interministeriale che coinvolge enti statali e ministeri il cui obiettivo è l’individuazione e la chiusura di qualsiasi canale di finanziamento da parte di privati verso gli estremisti islamici dell’Isis. Alle parole dunque, sembrano seguire i fatti. Un esempio da seguire? Non è così semplice.

Partendo dalla fine, i collezionisti d’arte. I saccheggi dei musei e la distruzione dei siti archeologici hanno aperto un fiorente mercato nero di reperti archeologici.

256px-Kuwait_burn_oilfieldL’introito principale rimane il petrolio. Lo stato islamico controlla un territorio ricco di giacimenti petroliferi, il cui prodotto viene venduto principalmente a Turchia e Iran.

Importanti le transazioni private che avvengono attraverso il web, perciò difficilmente rintracciabili. I Jihadisti hanno una capacità di penetrazione sulla rete davvero senza precedenti nel panorama terroristico. Queste conoscenza vengono sfruttate anche per le attività di fundraising.

Anche il passaggio di camion e vetture nei territori controllati è una fonte di finanziamento, perché chiunque voglia attraversare il territorio del califfato deve pagare circa 700 euro per attraversare le frontiere e 175 euro per utilizzare le autostrade.

Poi, le tasse. L’Osservatorio per i diritti umani siriano ha accertato che delle tasse sono imposte alla popolazione residente nelle zone controllate, fino al 25% di oro per ogni 100 grammi posseduti deve essere “donato” ma anche sui movimenti bancari sono imposte delle tasse. Infine, i riscatti.

Anche alcuni istituti finanziari sono sospettati (fin dal 2014) di finanziamenti illeciti: la “Al Raji Bank”, istituto finanziarioFlag_of_the_Yarmouk_Martyrs_Brigade.svg saudita; la banca islamica Al Shamal con sede in Sudan, istituto cofondato da Osama Bin Laden che dopo il 2011 sembra abbia iniziato a finanziare oltre Al Qaeda anche la preparazione di attacchi terroristici da parte dell’Isis; la Banca commerciale nazionale dell’Arabia Saudita; la “Arab Bank” giordana, che ha persino pagato le assicurazioni sulla vita stipulate da alcuni kamikaze sauditi; la Islami Bank Bangladesh Limited; la Banca iraniana islamica “Melli”, che ha inviato fra il 2002 ed il 2006 circa 100 milioni di dollari alla Guardia Rivoluzionaria Islamica, che a sua volta supporta Hamas, la Jihad palestinese ad altri gruppi terroristici; infine la Saderat Bank iraniana, accusata dal Ministero del Tesoro statunitense e sansionata a livello internazionale in quanto finanziatrice di gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas.


Ridimensioniamo lo scandalo suscitato da Putin quindi: non sono i governi a finanziare il terrorismo, ma i privati che utilizzano le larghe maglie dei sistemi finanziari di questi Paesi per far arrivare denaro in Siria.

Altro nodo sono gli aiuti economici più o meno dichiarati arrivati da parte dei governi ai gruppi di lotta sciiti contro i sunniti. I maggiori Paesi dove gli sciiti sono al governo sono l’Iran e la Siria, due Paesi invisi agli Stati occidentali – leggi Stati Uniti -. Ciononostante, l’Iran e la Siria temono l’espansione del califfato e sono in prima linea contro l’Isis benché ostacolati dai gruppi sunniti.

Ci sono anche gli aiuti umanitari a completare il cerchio: lo Stato Islamico ha creato una rete di servizi per la popolazione, che viene sovvenzionata dalle principali organizzazioni umanitarie. In questo modo parte del denaro finisce per finanziare il Califfato.

 

fUUiHRYLo Stato islamico ha organizzato, nel proprio territorio, un’economia di guerra. Raffinerie, magazzini, cibo, qualunque cosa è gestita dal vertice ed impiegata per le proprie attività di propaganda. Le estorsioni e le espropriazioni ai danni dei piccoli imprenditori sono la norma.

Infine, vere e proprie joint venture tra Isis e governo siriano sono state fondate per la gestione di centrali elettriche a gas.

Le vie dell’Isis, dunque, sembrerebbero infinite. Impossibile agire a livelli così diversi.

O quasi: anche Al Qaida aveva tanti finanziamenti privati. Eppure gli Stati Uniti riuscirono a smantellare tutta la rete economica illecita e far dannare Bin Laden per la mancanza di fondi.

Un’azione concertata. Questo è quello che serve. I paesi accusati da Vladimir Putin, di certo erano a conoscenza di ciò che accade all’interno del proprio sistema finanziario. Forse la mossa russa è stata quella di inchiodare pubblicamente i capi di Stato per esortarli ad agire.

Ilenia Maria Calafiore

Foto © Wikicommons e Institute for the Study of War

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