Roma come paradiso perduto nell’ultimo libro di Stefano Malatesta

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Il giornalista rievoca un periodo di irripetibile irrequietezza e creatività, offrendoci un ritratto nostalgico e accattivante della capitale e dei suoi protagonisti

Roma crogiolo di artisti come la Parigi a cavallo fra Ottocento e Novecento, o come New York nel periodo del suo maggior fervore estetico. Una città che, nell’immediato dopoguerra, risorge dalle macerie come per incanto, anche grazie al talento scenografico degli italiani, un tessuto urbano riscoperto dagli uomini del cinema, letteralmente invaso dall’industria americana della celluloide. Mentre il fascino della ville lumière si appanna inesorabilmente, la città eterna è agitata da un frenetica irrequietezza. E’ il mondo illustrato da Stefano Malatesta nel suo ultimo libro, Quando Roma era un paradisoedito da Skira.

img031La vocazione letteraria di Malatesta, reporter dalle particolari doti affabulatorie, si traduce in una  narrazione snella e leggibile come un pezzo giornalistico, non esente da una malinconica vena di rimpianto per una realtà ormai scomparsa e irrecuperabile. Nostalgia per una città che appare oggi distante anni luce da quella conosciuta solo ieri, così diversa da far pensare che fosse nient’altro che una Roma inventata, quasi di sogno. Nostalgia per una giovinezza inevitabilmente trascorsa, per una impazienza intellettuale e conoscitiva alla quale il corpo non riesce più a dar seguito, ma che resta annidata nella mente con ardente caparbietà. L’unico legame materiale con il passato risiede nei visi invecchiati dei pochi superstiti, nelle figure che balenano per un attimo nella trama narrativa, riportando alla vita quando è definitivamente estinto.

Non a caso il libro si apre con un elogio della passeggiata che sembra rimandare all’irrequietezza di scrittori diversissimi come Bruce Chatwin o Robert Walser, a quella wanderung che impregna di sè l’intero romanticismo germanico. Le straordinarie scenografie romane divengono ambientazioni ideali, come quando il narratore ricorda il proprio vagare notturno in una Piazza Navona deserta, un’utopia al giorno d’oggi, nella quale «si sentiva l’eco dei propri passi riportato dai palazzi». Viene in mente La grande bellezza di Sorrentino, dove il protagonista si aggira per una Capitale crepuscolare e disperata, ombra della Roma di un tempo, paradiso perduto di vizi ormai disciolti nell’assoluta vacuità.

Accanto a Roma Ostia, cittadina balneare fulcro delle gesta truffaldine dei cosiddetti cinematografari, gente approdata per caso alla settima arte e priva di qualsiasi preparazione specifica,  ma anche squallida ambientazione del delitto Pasolini. Un luogo di esibizione quasi circense delle doti fisiche dei vari bagnini e atleti che animano i suoi scenari surreali, dal sapore vagamente felliniano.

maxresdefault.jpgOltre al cinema le arti figurative. Ecco allora Piazza del Popolo, «teatro assoluto delle gesta della Pop art romana». Una generazione che, non avendo miti da salvaguardare operava in assoluta libertà, «mescolando in modo inestricabile arte e vita». Emblematica a questo proposito la figura di Mario Schifano, artista maledetto il quale si muove costantemente sull’orlo dell’abisso. Il suo temperamento sfrenato e umbratile lo consegna alla leggenda. Lo scrittore si domanda fino a che punto sia possibile vivere dentro il lato oscuro, immersi nel buco nero della propria personalità. L’interrogativo riguardo la distruttività delle forze creatrici resta aperto. 

Quello di Schifano è solo uno dei formidabili ritratti offerti dal libro. Dall’intricata groviglio dei ricordi emergono di volta in volta Tano Festa, morto prematuramente e a lungo costretto a campare con l’aiuto della gente comune abitante nei vicoli che lui stesso frequentava, Plinio De Martiis, definito uomo dai talenti multipli, e ancora Pico Cellini, curioso e preparatissimo cacciatore di falsi, e Gino de Dominicis, artista dandy, irriverente e provocatore. Immagini che aprono squarci inattesi sul tempo passato, sempre colte con sottile acume e divertito ingegno.

A proposito di falsi, nella trasteverina Piazza della Malva Eric Hebborn confeziona capolavori attribuiti ai più noti maestri del passato che in seguito finiscono appesi nei musei più prestigiosi. La sua predilezione va all’antico, mentre non ama affatto la modernità. Un picaro gaudente lo definisce Malatesta, un ulteriore ritratto aggiunto a questa ricca galleria. L’idea del falso viene introdotta come una sorta di grimaldello a scardinare ogni certezza. Roma è nel contempo autentica e finta, spettacolare palcoscenico sul quale si muovono le più incredibili figure. E’ la cartapesta delle scenografie dei kolossal hollywoodiani, trapiantati temporaeamente lungo le sponde del Tevere.

Malatesta tratta la materia con tocco sottile. Anche il funerale dello scrittore Germano Lombardi, pur intriso di malinconia, diviene l’occasione per una descrizione sorridente e pirotecnica. Tutto si conclude con un brindisi al caro amico estinto, il quale avrebbe certamente apprezzato.

Questo perchè il libro è anche divertente e ironico, mai paludato nell’esposizione, sempre colmo di aneddoti e pregno di vita vissuta. Anche il finale è assolutamente goliardico. Come in una commedia all’italiana o in un film pantagruelico di Ferreri, l’autore ci trascina in trattoria. I sapori grassi della cucina povera romana divengono quasi un marchio di autenticità, contrapposti alle mode esterofile e al concetto di chic. Forse solo con il cibo non è possibile barare, forse solo qui si ricompone la dicotomia vero e falso che impregna la sostanza del libro, sembra dire l’autore. Questo allora non è altro che un estremo sberleffo, un rifuggire le pose artefatte rifugiandosi dietro il paravento di una ostentata grossolanità.

Riccardo Cenci

***

Stefano Malatesta

Quando Roma era un paradiso

Skira editore

144 pagine € 15,00

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