11 febbraio 1929: nasce lo Stato della Città del Vaticano

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Le segrete trattative che portarono a ridurre l’estensione della Santa Sede dagli iniziali 80 a 44 ettari. Il clima politico di quegli anni. La “questione romana” finalmente risolta

Il 20 settembre del 1870 con la breccia di Porta Pia e l’ingresso delle truppe italiane in Roma, si estinse, di fatto, lo Stato Pontificio. Con il successivo plebiscito del 2 ottobre del 1870 nel quale fu sancita l’unione di Roma e del suo territorio con il resto d’Italia, nasceva tra la Santa Sede e lo Stato italiano la “questione romana” che si sarebbe protratta per oltre mezzo secolo. In pratica il Papa rimase “prigioniero” in Vaticano. Il 13 maggio del 1871 veniva promulgata la legge delle Guarentigie, cioè si riconoscevano al pontefice le prerogative di un sovrano e ai palazzi Vaticani la inviolabilità da parte delle autorità italiane. Si trattava però di un atto unilaterale del governo italiano che non fu mai accettato dai pontefici dell’epoca, Pio IX, né dal successivo Leone XIII, Pio X e Benedetto XV, i quali continuarono a considerarsi prigionieri del Regno d’Italia.

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Mussolini legge il Concordato a Gaspari

I rapporti rimasero interrotti tra la Santa sede e l’Italia fino all’11 febbraio 1929 quando furono firmati i “Patti Lateranensi” che presero nome dalla Basilica di San Giovanni in Laterano ove furono stipulati tra il Cardinale Pietro Gasparri, per la Santa Sede e l’allora primo ministro Benito Mussolini. Si tratta di due atti distinti, il Trattato e il Concordato, ma sottoscritti contemporaneamente. Con il primo si considerava superata la “questione romana”. Veniva infatti riconosciuta la sovranità e l’indipendenza della Santa Sede. Nasceva lo Stato della Città del Vaticano. Il Concordato, invece regolava “le condizioni della religione e della Chiesa in Italia”

Le lunghe e laboriose trattative erano iniziate nell’agosto del 1926, ne furono artefici due tenaci funzionari, l’avvocato Francesco Pacelli, fratello di Eugenio (il futuro Pio XII) che godeva di stima in Vaticano e per l’Italia il professore Domenico Barone consigliere di Stato. La questione romana era apparsa per decenni irrisolvibile, tentativi infruttuosi si erano susseguiti per oltre cinquanta anni fino al 1922, quando ascese al governo Mussolini e Papa Ratti a Pontefice con il nome di Pio XI e si aprirono speranze di accordo. Dopo la marcia su Roma il Cardinale Gasparri ebbe un incontro, non casuale, con il capo del fascismo nella abitazione del senatore Carlo Santucci. Gasparri, per conto del Papa, verificò la buona disponibilità di Mussolini per una soluzione giusta e onorevole. Pio XI chiese che fosse mantenuta la massima segretezza sulle trattative. Nel settembre 1926 Pacelli trasmise al Papa un memoriale con le ipotesi iniziali sul territorio che doveva essere esteso fino al Gianicolo, all’ospedale Bambino Gesù, chiedendo inoltre il possesso di Villa Pamphili ove il pontefice avrebbe potuto dimorare per qualche periodo dell’anno. Si trattava in tutto di 80 ettari di territorio.

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L’auto usata da Pio XI

Nella prima stesura tra Pacelli e Barone non si parlava di Stato ma di “Città del Papa” e si prevedeva il versamento di due miliardi di lire (cifra ingentissima per allora) e la cessione di Villa Pamphili. I colloqui e le trattative rischiarono più volte di interrompersi per motivazioni politiche. Una prima volta per il fallito attentato a Mussolini del 31 ottobre 1926, la seconda volta quando si parlò di attuazione dell’Opera Nazionale Balilla che avrebbe di fatto escluso la Chiesa dall’educazione e dalla formazione cristiana dei giovani. Le trattative furono sospese in seguito alla firma del decreto governativo sui Balilla. Il 17 aprile 1928 il Papa inviò all’avvocato Pacelli questo ordine tassativo: «Preghiamo l’avvocato Pacelli di far sapere a chi di ragione che ci viene meno la fiducia di continuare le note trattative». Il conflitto fu però appianato da un gesuita, padre Tacchi Venturi, intermediario ufficioso tra la Santa Sede e il governo italiano, il quale ottenne da Mussolini che i circoli cattolici e gli oratori dell’Azione Cattolica fossero di fatto esonerati dal decreto. Pio XI esaminate le proposte decise “motu proprio” di limitare le richieste della Santa Sede. Il territorio diveniva più piccolo, 44 ettari anziché gli iniziali 80 senza più Villa Pamphili. Il 22 novembre 1928 Vittorio Emanuele III incaricò ufficialmente Mussolini di addivenire alla firma del trattato, tre giorni più tardi Pio XI dava mandato al Cardinale Gasparri di «giungere alla amichevole sistemazione dei rapporti fra Stato italiano e Chiesa Cattolica».

La malattia e la susseguente morte del professore Barone, avvenuta a gennaio 1929, ritardò la firma del Concordato. Si stabilì l’ammontare della liquidazione forfettaria da pagarsi alla Santa Sede, che passò a settecentocinquanta milioni di lire in contanti e un miliardo al portatore.

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La sedia gestatoria all’interno della auto che serviva per trasportare Pio XI

Lo Stato italiano si impegnò a costruire su suolo vaticano una stazione ferroviaria e a mettere in comunicazione con gli altri Stati i servizi telegrafici, telefonici, radiotelefonici e postali della Santa Sede. La cerimonia della firma, per paura di attentati, si tenne nella Sala dei Papi del Palazzo del Laterano a mezzogiorno dell’11 febbraio 1929. Il 25 di luglio il Papa uscì in processione sulla Piazza San Pietro gremita di fedeli. Mussolini sarebbe stato ricevuto dal Pontefice solo l’11 febbraio di tre anni dopo.

 

Giancarlo Cocco

Immagini © Giancarlo Cocco

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