Ue e Regno Unito: divorzio che si prospetta burrascoso

Le prese di posizione di Downing Street sulla Brexit continuano a preoccupare Bruxelles. Sul fronte interno la discussione sulle modalità di uscita dall’Europa divide la Gran Bretagna

Sulla questione Brexit, continuano le frizioni tra Londra e Bruxelles dovute, secondo voci interne all’Ue, all’atteggiamento attendista del governo inglese, il quale, sembrerebbe non volersi pronunciare in merito ai tempi di attivazione della clausola di recesso disciplinata dall’art. 50 Trattato di Lisbona.

Non a caso, a seguito del G20, il dibattito parlamentare in Inghilterra si concentra ancora una volta sulla questione Brexit.

Ebbene, proprio al fine di fare chiarezza sulle reali intenzioni del governo britannico circa l’attivazione delle procedure previste dal Trattato di Lisbona in caso di recesso di uno Stato membro, l’8 settembre 2016 Donald Tusk, Presidente del Consiglio europeo, ha incontrato a Downing Street il primo ministro britannico per discutere modalità e tempi di uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Egualmente, sempre su tale complesso tema geopolitico, sul fronte interno inglese, v’è la richiesta da parte di alcuni membri del Parlamento di chiarimenti e dettagli in merito ai piani dell’esecutivo guidato dalla May circa l’attivazione e applicazione del processo che dovrebbe portare alla definitiva uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Al riguardo, nel corso del recente incontro tra Theresa May (foto) e Donald Tusk (foto), quest’ultimo ha rilevato come «la Gran Bretagna dovrebbe dare inizio alle negoziazioni formali con l’Ue in tema di Brexit il prima possibile» [1].

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Non a caso, dinanzi all’ingresso di Downing Street, Tusk, in riferimento alle future relazioni del Regno Unito con i 27 membri dell’Ue, ha chiesto alla May di attivare la procedura  di cui all’art. 50 del Trattato di Lisbona.

Nello specifico, il politico a capo del Consiglio europeo ha dichiarato: «La palla è ora nel vostro campo» (ndrThe ball is now in your court”) aggiungendo, poi, che «il procedimento (ndr ex art. 50 TFUE) dovrebbe essere attivato il prima possibile» [2].

In quell’occasione, rileva il quotidiano inglese The Guardian, nel corso dell’incontro svoltosi in un clima cordiale ed amichevole, la May ha tenuto a precisare che non intende attivare la procedura di recesso di cui all’art. 50  del Trattato di Lisbona «prima della fine di quest’anno» [3].

Sul punto Tusk ha chiarito che il Regno Unito e l’Ue potrebbero fare dei passi in avanti nelle negoziazioni fino al momento in cui le prescrizioni contenute nell’art. 50 TFUE saranno effettivamente applicate.

Tuttavia, il politico polacco ha, poi, aggiunto che «ciò non significa che si andrà a discutere del futuro delle relazioni tra Unione europea e Uk a Bratislava» (ndr città ove il 16 settembre prossimo è previsto un summit tra i vari leaders europei) perché per dare avvio alla discussione sul predetto argomento e, «specialmente» per dare inizio alle negoziazioni, l’Ue ha bisogno della notifica formale ex art. 50 TFUE.

«Questa» ha stigmatizzato Tusk, «è la posizione condivisa dei 27 Stati membri». Ebbene, proprio in quel frangente, il Presidente Tusk, volendo semplificare le sue parole, ha comunicato alla May la speranza che Londra sia «pronta a negoziare l’inizio del processo  (ndr per dare avvio alla Brexit) il prima possibile» [5].

Il rappresentante del Consiglio europeo ha concluso dichiarando: «Io non ho dubbi che alla fine della giornata il nostro obiettivo strategico comune sarà di instaurare relazioni, le più vicine possibili».

Un portavoce del governo May, a margine dell’incontro del primo ministro britannico con il Presidente Tusk, ha dichiarato che ci si aspettano delle pressioni da parte degli altri leaders europei nel corso del summit che si terrà a Bratislava il prossimo 16 settembre in merito alle azioni che Downing Street vorrà porre in essere per dare concreta attuazione al divorzio con l’Ue. [6]

Al riguardo si è osservato come la discussione tra il Presidente del Consiglio europeo e il capo dell’esecutivo d’oltre Manica in tema di Brexit e di tempi di attivazione delle procedure di cui all’art. 50 TFUE, avvenuta a Londra durante il recente incontro tra i due leaders, abbia avuto luogo successivamente al primo intervento, dopo la pausa estiva, della May alla House of Commons, nel corso del quale la statista, seppur incalzata dai membri dell’opposizione, ha deciso di non illustrare i contenuti del piano che dovrebbe essere adottato dall’esecutivo per avviare l’uscita dall’Ue del Regno Unito [7].

Nel corso del predetto dibattito in Parlamento, ove era presente anche leader dei Laburisti Jeremy Corbyn (foto) e durante il quale la May non ha mancato di sottolineare le divisioni interne al Labour Party, l’Mps Angus Robertson (foto) ha posto delle questioni al primo ministro in merito alla Brexit [8].

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A sua volta, nel corso del dibattito, anche il laburista Corbyn, dopo aver ascoltato l’intervento della May, ha contestato alcune sue prese di posizione riguardo l’uscita del Regno Unito dall’Ue.

In due occasioni, sottolinea The Guardian, il Leader dello Scottish National Party  (ndr SNP) ha domandato al Prime Minister britannico se, in relazione al piano per dare avvio al divorzio con l’Ue, fosse contemplata l’ipotesi di una piena membership della Gran Bretagna all’interno del mercato unico europeo per quanto attiene a merci e servizi, così come auspicato da molti imprenditori.

Sul punto, il quotidiano inglese ha rilevato come la May abbia di fatto schivato (ndr “dodged”) le domande in entrambe le occasioni, affermando solo che lei cercherà «il giusto accordo per la commercializzazione di beni e servizi con l’Ue nell’ambito di una nuova relazione che sarà costruita con il Regno Unito» [9].

Durante il suo intervento all’House of Commons la May ha aggiunto che tale nuova relazione con l’Ue includerà il controllo del flusso delle persone che dall’Europa decideranno di entrare nel Regno Unito e anche il giusto accordo in merito al commercio di beni e servizi».

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La May, ha poi replicato ai parlamentari dell’opposizione che le contestavano  la mancata illustrazione delle questioni afferenti alla uscita dall’Ue del Paese,  precisando che «non sarebbe giusto secondo me che questo governo facesse la cronaca ‘diretta’ dei negoziati». In particolare, il primo ministro ha riaffermato che ella «sa che ciò è esattamente il contrario di quanto il ministro per la Brexit (ndr David Davis) ha promesso a tutti lunedì scorso, ma che questo dimostra solo quanti progressi noi abbiamo fatto con le nostre negoziazioni sulla Brexit nel corso di due giorni». Il primo ministro ha motivato tale dichiarazione osservando come «si tratterà di una relazione britannica (ndr con l’Ue) molto speciale che sarà nostra e solo nostra […]»;  ed ancora ha aggiunto: l’accordo che il governo Uk intende costruire con l’Ue sarà «molto speciale» tanto che ella non può parlarne ora poiché non ha «indizi» in merito a come potrà strutturarsi.  Ma, in ogni caso, ha promesso la May, detta relazione con l’Ue non sarà come quella norvegese «perché noi non siamo norvegesi» (ndr “because we are not Norwegians”). [10]

Sul piano delle motivazioni della strategia negoziale adottata dal  governo Uk, il capo dell’esecutivo ha poi spiegato che «Non si tratta del modello norvegese o di quello svizzero o di qualsivoglia altro modello di altri Paesi – si tratta di sviluppare il nostro proprio modello Britannico. Pertanto non prenderemo decisioni finché non saremo pronti. Non riveleremo le nostre intenzioni prematuramente e non faremo la cronaca diretta su ogni aspetto e sfaccettatura della negoziazione […]».

In risposta a tali affermazioni, Corbyn ha sottolineato come sia chiara l’assenza da parte del governo di un piano in relazione all’esito del voto del referendum del 23 giugno.  Nello specifico, il leader dell’opposizione ha dichiarato: Il Primo Ministro dice che non vuole rivelare le sue intenzioni in merito a tale materia. Nessuno la incolperebbe perché non ha rilevato le sue intenzioni o qualcuna delle tante intenzioni governative. Essi (ndr i membri del governo) non hanno chiarezza in merito a quello che stanno provando a fare».

Il politico del Labour Party ha, poi, concluso osservando che: «Noi accettiamo le decisioni prese dalla maggioranza della popolazione ma non possiamo ignorare il fatto che gli esiti di tali decisioni hanno  causato la divisione del Paese, con un aumento del livello dei reati di odio (ndr il riferimento è ai reati di natura razziale), un enorme incertezza in merito a cosa ci sarà nel futuro nel nostro Paese, la straordinaria mancanza di un piano e di preparazione».

Da ultimo Corbyn ha affermato che «le negoziazioni devono focalizzarsi sull’espansione delle attività di commercio, sugli investimenti, la preservazione della protezione ambientale e sociale» [11].

Sempre in merito alla ritrosia del primo ministro a fornire chiarimenti sul piano che il governo inglese dovrebbe adottare per rendere effettivo il divorzio da Bruxelles, alcuni Mps, durante il predetto dibattito ai Commons, hanno reiterato nei confronti dell’esecutivo le richieste di delucidazioni sui predetti temi.

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In particolare, nota The Guardian, La conservatrice Anna Soubry (foto), dapprima ha osservato come sia comprensibile che «lei (ndr Theresa May) non voglia fornire informazioni delicate e significative» (ndrsensitive information”)  in tema di Brexit ma, ha aggiunto la parlamentare, «potrebbe almeno indicarci alcuni dei principi sui quali si baserebbero le negoziazioni?». A tale quesito, la May ha risposto con un netto «No».

Egualmente, la laburista Ivette Cooper  con un diverso approccio  e precisando che non v’è la necessità di fornire informazioni sensibili ha chiesto alla May se almeno poteva fornire agli MPs «un’idea dei valori che informeranno le negoziazioni». Anche a tale quesito Il capo del governo, laconicamente,  ha risposto «no» [12].

Le dichiarazioni e l’atteggiamento dell’inquilino del numero 10 di Downing Street nel corso dell’intervento all’House of Commons assumono un particolare significato se lette insieme alle sue ulteriori esternazioni in relazione all’esito dei colloqui con vari leaders mondiali durante il G20 di Pechino.

Invero, su tali aspetti Theresa May durante il suo discorso a Westminster si è così pronunciata: «Lasciatemi dire questo. Io sono felice di poter affermare che il Messico e Singapore sono  davvero molto entusiasti di realizzare un accordo sul commercio con noi in un momento non precisato nel futuro e che gli australiani dicono che sono intenzionati a porre il Regno Unito in coda dietro la Ue, quello che essi realmente intendono significare è che noi siamo in cima ai loro pensieri ed alle loro preghiere […]» [13].

Per quanto attiene alla presa di pozione del governo di sua Maestà in riferimento alla fase pratica di attuazione  delle procedure di recesso dal Trattato di Lisbona, sul versante italiano, Francesca Basso del  Corriere della Sera ha sostenuto come il comportamento del governo inglese possa forse» configurarsi come una «strategia per rompere il fronte comune europeo in vista dei negoziati o forse è davvero confusione». Tale ipotesi nasce dal fatto che a Bruxelles alcuni sostengano come da giorni Londra abbia già attivato in via informale una serie di colloqui con i singoli Paesi Ue,«lasciando» così trapelare «la possibilità di accordi commerciali bilaterali» e «creando più di qualche imbarazzo nelle controparti nazionali».

In merito agli effetti di tali voci, la giornalista ha osservato come, «I rumors» siano «arrivati ovviamente anche in Commissione, dove più di qualcuno ai massimi livelli si è infastidito. Tanto più che Londra ha detto di voler attivare solo agli inizi del 2017 l’articolo  50 del Trattato […]».

Ancora sul punto, il quotidiano italiano ha evidenziato come «I colloqui informali delle scorse settimane non rappresentano certo un comportamento sanzionabile, ma la percezione che Londra sia in movimento è chiara e la strategia scelta non molto gradita. C’è chi vede un modo per sondare il terreno e per cercare consensi con trattative individuali, strumentali al negoziato con la Ue, quando comincerà il confronto vero. La Premier britannica Theresa May sa bene che nella Ue convivono 27 interessi nazionali, che peseranno quando il Consiglio europeo dovrà formulare le linee guida della posizione dell’Unione […]».

Sull’approccio britannico alla questione Brexit, anche il portavoce della Cancelliera Angela Merkel steffen_seibert3Steffen Seibert (foto) ha rilevato come la situazione sia chiara: «un Paese membro dell’Ue non può, finché ne fa parte, negoziare accordi di libero scambio bilaterali al di fuori dell’Ue» [14].

Per quanto attiene alle diverse tipologie di accordo, qualora non si dovesse optare per una modello ad hoc ideato solo per il Regno Unito, decisione che, stando alle sue ultime dichiarazioni, sarebbe particolarmente gradita a Theresa May, allo stato sembrerebbero ipotizzabili le seguenti quattro opzioni formulate da autorevoli osservatori e già prospettate in un nostro precedente editoriale (“Cosa accadrà a seguito dell’uscita del Regno Unito”, 30 giugno 2016) :

– “Norway option”. Il Regno Unito potrebbe chiedere di aderire all’European Free Trade Association (EFTA) e, successivamente all’European Economic Area (EEA). In qualità di membro dell’EEA, il Regno di Elisabetta II parteciperebbe al Mercato Unico, rimanendo escluso solo in relazione alle politiche comuni dell’agricoltura e della pesca. In ogni caso sarebbero applicabili le quattro libertà fondamentali, fra le quali vi è la strategica liberta di movimento delle persone, vitale per l’economia britannica. Ciò comporterebbe una riduzione dei contributi in denaro nei confronti dell’Ue e l’impossibilità di adire la Corte di Giustizia del Lussemburgo e dare seguito alla sua giurisprudenza a fronte della perdita di qualsivoglia titolarità in merito alla partecipazione ai procedimenti legislativi.

– “Swiss option”. Sul punto si è osservato che la Svizzera è membro dell’EFTA ma non ha richiesto di aderire all’EEA. Viceversa ha negoziato una serie di accordi con l’Ue al fine di accedere, in qualche misura, al mercato unico. In Svizzera sono applicate le libertà relative alle merci e alle persone ma non quelle afferenti ai servizi e ai capitali. Detta nazione non è vincolata dalle sentenze della Corte di giustizia del Lussemburgo ma, dà seguito alle pronunzie della giurisprudenza EFTA e, i suoi contributi in denaro in favore dell’Ue, sono esigui. Bruxelles ritiene che il modello svizzero non avrà lunga vita ed auspica che il governo elvetico aderisca all’EEA.

– “Turkish Option”. La Turchia fa parte di un’unione doganale con l’Ue. Tale status le consente di godere di tariffe di accesso libere al Mercato unico in relazione alle merci ma, non ai servizi. Il governo turco non riconosce le libertà fondamentali, non è tenuto a rispettare le pronunzie dei giudici del Kirchberg e non versa contributi a Bruxelles. Quanto agli obblighi, Ankara è tenuta ad armonizzare la propria legislazione a quella dell’Ue su temi quali la difesa dei consumatori, l’antitrust e la proprietà intellettuale. Inoltre, non può negoziare e stipulare accordi commerciali con nazioni terze in assenza del consenso di Bruxelles.

– “WTO option”. Il Regno Unito è già membro della World Trade Organization (WTO). Se decidesse di praticare scambi commerciali con l’Ue basandosi sulle regole derivanti dal predetto trattato, non sarebbe tenuta a rispettare la legislazione europea, né a garantire le quattro libertà fondamentali e non sarebbe tenuta a versare contributi in denaro a Bruxelles. In ogni caso per commerciare con l’Europa sarebbe soggetta alle tariffe doganali ed ai vari standards Ue (es: gli standars in tema di merci). I benefici connessi all’attività di commercio disciplinata dal WTO si applicherebbero principalmente alle merci. [15]

Dunque, rifacendoci alle dichiarazioni della May, parrebbe evidente che il Regno Unito non procederà all’attivazione della procedura di cui all’art. 50 TFUE non prima dell’inizio del 2017.

Ciò comporta il protrarsi di una situazione di incertezza sul piano geopolitico ed economico che certamente non giova all’area del Mercato unico. L’auspicio è che anche al vertice di Bratislava si riesca a procedere nella direzione tracciata al summit di Ventotene del 23 agosto scorso. Naturalmente è evidente che la situazione nella città slovacca sarà ben diversa da quella dell’incontro di Ventotene posto che saranno presenti ben 27 rappresentanti degli stati membri fra i quali vi saranno anche Ungheria e Bulgaria che in relazione alla questione migranti hanno già da tempo assunto posizioni non proprio in linea con l’approccio voluto ed adottato dalla Commissione europea.

Poiché il tema dei flussi migratori peserà non poco negli anni a venire sugli equilibri diplomatici e geopolitici che caratterizzano le relazioni tra Ue e resto del mondo e, preso atto del fatto che la stessa Gran Bretagna sembra puntare proprio sull’impostazione di eventuali accordi basati sulla forte protezione delle proprie frontiere, occorre augurarsi che durante il vertice di Bratislava siano accantonate le esigenze, seppur in ipotesi legittime dei singoli stati membri e, si lavori con determinazione e convinzione all’attuazione di politiche realmente e concretamente europeiste basate sui valori universali che hanno reso grande ed unico il progetto europeo dei padri fondatori.

Roberto Scavizzi

Foto © Indipendent.uk.com  e Wikicommons

[1]   H. Stewart, The Guardian dell’8 settembre 2016, “Tusk presses May to trigger article 50 as soon as possible”;

[2]  ibidem

[3] ibidem

[4] ibidem

[5] ibidem

[6] P. Walker, The Guardian del 7 settembre 2016, “Theresa May to meet EU council president to discuss UK future”

[7]  ibidem

[8] ibidem

[9 ] ibidem

[10] J. Crace, The Guardian del 7 settembre 2016, “Brexit means never having  to say you’re sorry (or anything at all).

[11] P. Walker, The Guardian del 7 settembre 2016, “Theresa May to meet EU council president to discuss UK future”

[12] ibidem

[13] ibidem

[14] F. Basso, Corriere della sera del 10 settembre 2016, “Così Londra sta aggirando Brexit: accordi bilaterali senza Bruxelles”

[15] R. Ruparel, S. Booth, V. Scarpetta, “Where next? A liberal, free-market guide to Brexit”, Report 04/2016, p. 53, Open Europe.

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