Commissione vara il “Sure” ma manca un Piano complessivo

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Diplomazia a lavoro per Eurogruppo del 7 aprile. Il vero nodo? Nell’Unione europea c’è un deficit di democrazia

Prima la sospensione delle regole del Patto di Stabilità e adesso il varo del “Sure“, uno strumento che servirà a finanziare i meccanismi di sostegno al lavoro a tempo ridotto, come ad esempio la nostra cassa integrazione, attraverso prestiti con l’emissione di titoli fino a 100 miliardi di euro. A garantirli, per 25 miliardi, saranno tutti gli Stati membri. La Commissione europea di Ursula Van der Leyen batte ancora un colpo. E in assenza di un Piano generale di ampio respiro che preveda azioni coordinate da parte di tutte le istituzioni europee – quello che il premier italiano, Giuseppe Conte, chiama European Recovery and Reinvestment  Plan –  tenta di pacificare il clima teso di questi giorni. Che, a onor del vero, la presidente ha contribuito ad alimentare con dichiarazioni divisive seguite poi da smentite poco convincenti.

In Europa a tenere banco è la discussione su Coronabond e Mes e la necessità di un piano straordinario di ricostruzione che sia all’altezza di quello delle altre due potenze, Stati Uniti e Cina. Gli occhi sono puntati sull’Eurogruppo del prossimo 7 aprile. In quell’occasione, come da “mandato” ricevuto lo scorso 26 marzo dal Consiglio europeo, i 19 ministri economici dell’Eurozona dovranno presentare proposte per fronteggiare la pesantissima recessione/depressione che si prospetta.

Le “diplomazie” sono a lavoro, gli schieramenti in campo gli stessi di una settimana fa. Da una parte Italia, Francia, Spagna, Belgio, Portogallo, Grecia, Irlanda, Slovenia, Lussemburgo che spingono per l’emissione di strumenti di debito comune europeo (european recovery bond) acquistabili sul mercato dalla Bce come unica risposta efficace alla crisi. Dall’altra, Paesi Bassi e Germania, seguiti da Austria e Finlandia, che preferiscono il ricorso al Mes, o Fondo Salva Stati, ma con le regole e il rigore previsti attualmente. Due visioni dell’emergenza, due visioni diverse dell’Europa. E una nota stonata che è il vero nodo irrisolto di questa Ue, ovvero il deficit di democrazia. Possono Germania e Paesi Bassi tenere sotto scacco gli altri Paesi europei ed essere ancora una volta così determinanti nelle politiche e nelle scelte del Vecchio Continente? Possono Stati come i Paesi Bassi, che contano circa 17 milioni di abitanti, o l’Austria che ne ha scarsi 9 milioni, avere lo stesso potere decisionale dell’Italia che ne ha 60 o della Francia che ne ha 66?

Va detto che il principio della doppia maggioranza, che è quello adottato nel Consiglio dell’Unione europea, per cui le decisioni devono essere prese dal 55% (o dal 72%) degli Stati membri (minimo 15) e almeno dal 65% della popolazione europea, andrebbe adottato in maniera rigorosa in tutti gli organismi europei che hanno potere decisionale.

Prendiamo l’Eurogruppo. Che non è altro che un coordinamento informale che riunisce i 19 ministri economici dei Paesi che aderiscono all’Euro e che, pur in assenza di uno status giuridico vero e proprio, e di procedure certe, riveste un ruolo determinante per la politica economica dell’Ue. Non a caso, le sue decisioni vengono poi adottate quasi automaticamente dal Consiglio Ecofin, che riunisce i ministri economici di tutti gli Stati membri. Oppure, pensiamo al Consiglio europeo che è l’organo che riunisce i capi di Stato e di Governo. Nei Trattati non gli viene riconosciuto tutto il potere ma è acclarato che prende le decisioni più importanti dell’Ue e ne orienta l’indirizzo. Nomina anche il presidente della Banca centrale europea e propone quello della Commissione. Ebbene, il Consiglio decide per consenso quando nessun Paese si oppone, solo in alcuni casi è richiesta l’unanimità o la doppia maggioranza.

E veniamo alla Commissione, forse il caso più discutibile, visti i poteri che le sono attribuiti. Al suo interno vale il principio della responsabilità collegiale e si decide per consenso. A meno che non siano previste votazioni, in tal caso è sufficiente la maggioranza semplice, ovvero il voto favorevole di 14 Paesi (su 27), indipendentemente dal numero di cittadini che rappresentano. Per farla semplice: uno vale uno, il voto del Lussemburgo che ha 600 mila abitanti conta quanto quello della Germania che ne ha 82 milioni. È evidente che esiste un problema di rappresentanza politica e di rappresentatività democratica. L’impasse di questi giorni che rallenta drammaticamente le scelte da fare contribuisce a una rappresentazione dell’Europa troppo legata alle élites e alla tecnocrazia e non in grado di farsi interprete dei bisogni reali della maggioranza dei suoi cittadini. Finita questa emergenza, speriamo il prima possibile, bisognerà mettere mano a un seria riforma dell’Ue.

 

Annamaria Graziano

Foto   European Union

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