Giuseppe Dosi, l’operazione Via Tasso e l’affare Ludinghausen

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Nel giugno del 1944 riuscì a salvare dall’edificio-prigione documenti che consentirono nell’immediato dopoguerra l’incriminazione di capi nazisti

(III parte, la prima qui, la seconda qui)

 

Nella prima parte abbiamo ricordato come Dosi nel 1936 a seguito di un memoriale, nel quale accusava i vertici della polizia di incapacità, fatto recapitare a Mussolini, fosse stato convinto a rassegnare le dimissioni. Per i contenuti del libro nel giugno 1939 fu arrestato e condotto a Regina Coeli nel braccio dei politici poi il 21 settembre prelevato e internato nel manicomio di Santa Maria della Pietà, per ben diciassette mesi e scarcerato nel 1941. Trovò lavoro alla EIAR (odierna Rai) e quando gli fu ingiunto di trasferirsi al Nord presso la Repubblica Sociale Italiana, rifiutò. In pieno periodo di guerra, la famiglia rimase allo sbando. Cercò lavoro come giornalista e girava per Roma sempre con una Leica. Furono giorni duri per Dosi e la famiglia fino a quando….

DOSI  AL SERVIZIO DEGLI AMERICANI

Il 4 giugno del 1944 con l’arrivo degli americani a Roma, Giuseppe Dosi, sempre con l’animo e l’istinto del poliziotto fortemente radicati in lui, compì quella che è ricordata come “l’operazione Via Tasso”. Nella tristissima via, al civico 145 l’edificio, che era vicino alla Basilica di San Giovanni (ora sede del Museo storico della Liberazione), durante l’occupazione tedesca era divenuta prigione, luogo di tortura per i politici e caserma del Comando di Sicurezza delle SS. All’alba del 4 giugno, mentre i tedeschi fuggivano verso il Nord, l’ex carcere fu assalito dalla folla che liberò i prigionieri e in segno di protesta gettò in strada le carte contenute negli archivi cominciando a darle fuoco. Giuseppe Dosi abitava a San Giovanni, poco lontano, e mentre la gente si riversava nelle strade per acclamare i liberatori, grazie al suo coraggio e alla sua determinazione, entrò nei locali di via Tasso cercando di salvare quanto più materiale possibile per recuperare le carte, i registri, le ricevute, le copie di sentenze del tribunale tedesco di guerra, corrispondenza con uffici militari ma soprattutto gli elenchi dei detenuti da trasferire dal carcere di Regina Coeli alle Fosse Ardeatine. In uno di quei fogli sottratti alle fiamme vi era scritto “75 ebrei prelevati e fucilati dal servizio di sicurezza”, il servizio di cui facevano parte Priebke e Kappler, più tardi processati grazie proprio a questi documenti che ricostruivano il dramma vissuto dalla popolazione romana. L’ex superpoliziotto trasportò con un carrettino e l’aiuto di un giovanotto, tutte le carte nella sua abitazione. La figlia ci ha confidato che in casa in quei giorni, con i fogli bruciacchiati e salvati dal Dosi e accatastati all’ingresso, l’aria era irrespirabile.

   In una foto storica, appare il generale Clark che sale le scale del Campidoglio per ricevere le chiavi della città, l’ex commissario Dosi è ritratto sulla sinistra con la sua immancabile macchina fotografica Leica che utilizzava per documentare articoli giornalistici che vendeva per sbarcare il lunario

Dosi mise a disposizione degli alleati la documentazione acquisita che fu essenziale nei processi che ne seguirono. Per questi suoi importanti servigi e per l’ottima conoscenza dell’inglese oltre che del francese e del tedesco, gli alleati lo nominaronoSpecial Investigator” addetto alla German and Political Section. Per i suoi meriti, nel dicembre del 1944, fu reintegrato nella Pubblica Sicurezza e designato dal Ministero dell’Interno come “corrispondente italiano per lo scambio di informazioni ufficiali con gli Stati Uniti”. Il suo contributo si rivelò prezioso per risalire a delatori italiani e a gruppi a favore dei tedeschi che operavano ancora a Roma. Così verso la fine del 1944 (la guerra sarebbe terminata nel 1945) mise gli alleati sulle tracce di alcuni sacerdoti georgiani che erano in contatto con le SS, e avevano acquistato sulla via Portuense una villetta ove avevano apposto una targa con la scritta “Centro apostolico georgiano – Proprietà della Santa Sede” sperando nella extraterritorialità. Si trattava in realtà di un centro di spionaggio e nel corso di una perquisizione nel sottotetto, fu rinvenuta una radiotrasmittente tedesca e molta corrispondenza a firma Kappler. A Giuseppe Dosi fu conferita la Medal of Freedom dal Comando alleato, che appoggiò la sua reintroduzione in Polizia.

               Il professore Mauro Canali

Proprio alla fine della guerra il commissario Dosi mostra le sue doti umane e professionali, come rivela ancora lo storico Prof. Canali, che ne ha seguito le vicende storiche: «quando gli viene richiesto dal controspionaggio americano i profili dei propri colleghi, perché non sanno nulla della polizia italiana e non vogliono prendere iniziative di epurazione, qui viene fuori il Dosi letterato e pieno di spunti psicologici. Sono profili» – prosegue Canali – «privi di acrimonia e se la Polizia Italiana ha potuto affrontare il momento difficile del dopoguerra senza particolari estromissioni, con una magistratura che voleva condannare coloro che erano stati attivi nel ventennio, se non si è arrivati alla vendetta e alla rappresaglia, una parte lo si deve proprio a Dosi che ha saputo tenere lontana l’acrimonia che era pur legittima che egli avesse».

“L’AFFARE LUDINGHAUSEN”

Nel maggio del 1946 Giuseppe Dosi fu riammesso, dapprima come Commissario Capo poi promosso Vice Questore e gli venne affidato l’incarico di direttore dell’Ufficio di Polizia criminale internazionale. Nel giugno del 1947 a Parigi fu delegato italiano all’Assemblea generale dell’Ufficio internazionale di polizia criminale al quale parteciparono oltre 50 funzionari provenienti da 25 Paesi europei ed extraeuropei. Fu proprio Dosi che in quella occasione propose la costituzione della Polizia femminile che in Italia sarebbe diventata realtà nel 1959. Fu lui che fece adottare il termine Interpol, abbreviazione di Interpolice. Quando Dosi andò in pensione nel 1956, in nove anni della sua dirigenza all’Interpol aveva portato a termine 100.000 note informative, fatto arrestare oltre 850 persone anche all’estero, malfattori, assassini, trafficanti di stupefacenti (s’interessò al caso di Salvatore Lucania meglio conosciuto come Lucky Luciano), tratta delle bianche, recupero di opere d’arte. Svolse un’intensa attività di conferenziere anche all’estero e di docente, contribuì con articoli apparsi su riviste specializzate al miglioramento di tecniche investigative come la falsificazione di documenti, di banconote, ma anche di sottrazione di quadri importanti. Tra i casi complessi riguardante la sottrazione di opera d’arte di grande valore  trattati dall’Interpol c’è “l’affare Ludinghausen” avvenuto nel 1949.

Si trattò di un furto clamoroso perpetrato ad Agen nel nord della Francia, in un piccolo museo di provincia che deteneva un prezioso autoritratto del pittore spagnolo Goya. Il custode stava per chiudere il portone quando sopraggiunse un distinto signore che si presentò come uno studioso venuto espressamente da Parigi per studiare quel quadro. Il custode lo fece entrare e chiuse la porta. Poco dopo dovette riaprirlo, una vecchia signora supplicava di aiutarla in quanto una piccola scimmia, che teneva sul petto, squittiva e stava morendo. Il custode cercò di consolare la signora accarezzando l’animale ma la scimmietta sfuggì. La gentildonna cadde in terra pesantemente e chiese al custode di chiamare un taxi per andare da un veterinario. Nel trambusto il forestiero uscì dal museo e ringraziando si eclissò in auto con la vecchia signora. Poco dopo il custode scoprì che il Goya era sparito. L’Interpol subito informata individuò nel Barone di Ludinghausen lo specialista dei furti di opere d’arte, camaleontico truffatore e falsario con ben 34 nomi falsi.

Dosi aveva affinato le sue qualità cimentandosi con perizia e abilità nei vari settori della ricerca investigativa, era convinto della necessità che il salto di qualità di un investigatore non potesse prescindere dai nuovi moderni metodi di indagine che prevedevano un’accurata raccolta dei dati, la loro elaborazione e la successiva attenta e ponderata analisi.

Tra le altre attività internazionali di Dosi, sono da ricordare le sue  prime missioni nel 1919 a Zurigo sulle tracce di un gruppo anarchico in procinto di effettuare un attentato a Vittorio Emanuele III, a Berlino, a Vienna, nel 1923 l’incarico ufficiale a Corfù come capo della Polizia, nel 1924 a Nancy per sventare un complotto contro il Re Vittorio Emanuele, poi a Londra, a Madrid, a Barcellona in servizio di vigilanza in occasione di visite dei regnanti italiani, a Praga, a Parigi, in Slesia, nel febbraio 1925 in Olanda per svolgere accertamenti sulla presenza di bolscevichi, quindi a Rotterdam per indagare su spacciatori di biglietti falsi, sempre in quell’anno inviato a Berlino per monitorare il movimento comunista, mentre a dicembre a Berna svolse un’indagine riservata riguardante lo stesso Mussolini che gli valse l’elogio del Duce. Il suo campo d’azione sarebbe stato negli anni a seguire sempre in ambito di polizia internazionale presso la Società delle Nazioni. Nello svolgere il nuovo lavoro di responsabile dell’Interpol italiana. Comprese subito l’importanza dello scambio di informazioni tra le Polizie dei vari Paesi, coniugò il suo sapere con uno straordinario intuito. Fuil grande traghettatore dell’attività di polizia nei tempi moderni”.

 

Giancarlo Cocco

Foto © Polizia di Stato, Giancarlo Cocco

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