Ouessant, viaggio nell’isola della fine. E dell’inizio

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Ouessant

Ai confini dell’Europa, in Bretagna, un approdo fiabesco lontano dal turismo di massa

Quando Peter Blake tornò dal suo vittorioso giro del Mondo a vela, gli domandarono se avesse avuto paura e, nel caso, dove. Eravamo nel ’90. Lui rispose più o meno così: «Né attraversando i Quaranta ruggenti, né i Cinquanta urlanti. L’unico momento in cui ho temuto è stato al largo di Ouessant». Già, la piccola isola a forma di chela di granchio, in Bretagna. Peter Blake, neozelandese, uno dei più grandi navigatori di sempre, non c’è più, ucciso dalla fucilata di un pirata sul Rio delle Amazzoni nel 2001. La sua risposta, al termine di una spettacolare avventura per i sette mari, rimane scolpita sulla pietra. Perché Ouessant non è un’isola comune. Né rappresenta un viaggio comune.

Viaggio al termine…

«Enez Eusa», in bretone, o «Ushant», come la chiamano i dirimpettai inglesi, si trova al largo della punta nord-occidentale del pentagono francese, all’imboccatura della Manica, aperta ai venti, alla furia del mare, battuta incessantemente dalla pioggerellina atlantica. «L’ile aù finit la terre», scrivono i fotografi Philip e Guillame Plisson nel libro che immortala gli scorci e la vastità di paesaggi fiabeschi. Ouessant è nel dipartimento bretone del Finistère. Rappresenta, quindi, un viaggio al termine del conosciuto: una metafora, a seconda dello stato d’animo del turista. «Per ogni fine c’è un nuovo inizio», scriveva Saint-Exupéry nel “Piccolo Principe”.

Mare tempestoso

La «chela di granchio» misura circa 8 km per 4 ed è separata dalla terraferma bretone da un braccio di 20 km d’acqua, il mar d’Iroise. Ci si arriva in traghetto da La Conquet (un’ora circa) o da Brest, confidando che, tra rollio e beccheggio, lo stomaco non sobbalzi troppo. È raggiungibile anche con piccoli aerei. Da Parigi dista 548 km e fino a Brest c’è il TGV. Da Roma sono 1.553, tanto per curiosità. Ouessant è tristemente famosa per i naufragi e per i relativi relitti in fondo al mare. Ma anche per i fari, e per il fascino che ne deriva.

I fari

C’è Le Stiff, realizzato nel 1695 dall’ingegnere militare Vauban, nella Francia del Re Sole. Ci sono La Jument, Kereon, Nividic. E naturalmente Le Créac’h, sulla terraferma, il faro più potente d’Europa e il secondo al Mondo, dipinto di nero e bianco. Nell’edificio sottostante si trova un museo sulla storia dei fari e sui loro guardiani, che hanno contribuito a rendere più sicura la navigazione. Si trattava di figure particolari, eroiche per certi versi. Perché quelle strutture cilindriche ardite, schiaffeggiate incessantemente dai «cavalloni», erano difficilmente raggiungibili. E per accedervi spesso bisognava essere calati dalla nave con un paranco. Ai guardiani capitava di trascorrere in solitudine lunghi periodi, dovendo confidare sulla propria salute, fisica e mentale. Le loro grandi responsabilità non furono mai adeguatamente ricompensate.

Brividi nella foschia

A Ouessant vivono circa 800 persone. Il centro è Lampaul, un borgo dove c’è lo stretto necessario. Pointe de Pern è il capo più occidentale dell’isola e quindi di tutta la Francia. Ci si può muovere in bicicletta o camminare per i sentieri nella brughiera, scoprendo ruderi e case in pietra costruite nel nulla, incontrando le pecore nane, specie autoctona e simbolo dell’isola, esportate in Europa, anche in Italia. Dalle scogliere s’intravedono le sagome grigie dei fari, grandi e minuscole allo stesso tempo, se paragonate alla vastità della tempesta, che solleva ovunque particelle d’acqua. Brividi nella foschia. «Il viaggio è una specie di porta attraverso la quale si esce dalla realtà come per penetrare in una realtà inesplorata che sembra un sogno», scriveva Guy de Maupassant.

Racconto d’estate

Non è un viaggio sotto al cielo limpido e ai raggi del sole, col mare placido e cristallino. E l’Ile d’Ouessant, terra di marinai che prendono il largo con qualsiasi tempo per guadagnarsi da vivere, è una meta misconosciuta, lontana dai flussi turistici di massa. Un luogo di confine, un approdo o una strada per. Ognuno può dare la sua lettura. Di «Ushant» parla più volte Patrick O’Brian nei suoi libri di mare. L’isola dei fari appare in sei film, tra cui “Finis terrae” di Jean Epstein, ed è citata, come fosse un refrain, nel “Racconto d’estate” di Rohmer, grazie al pensiero ricorrente del giovane protagonista.

«Tutto sommato, esistono solo due tipi di persone al mondo: quelli che restano a casa e gli altri», diceva Rudyard Kipling.

 

Leonida Valeri

Foto © Pixbay, Brittany Tourism

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Leonida Valeri
Giornalista professionista e architetto, scrive su “Eurocomunicazione” e si occupa da oltre vent’anni di comunicazione istituzionale presso enti pubblici e privati. Ha iniziato come cronista al “Momento Sera” e all’“Indipendente”. È stato inviato per le pagine della Cultura e dei Motori del “Tempo” e autore di inchieste pubblicate dal “Giornale”. Ha scritto per il settimanale “Il Borghese” e ha curato la rubrica scientifica “La Mela di Isacco” per il mensile “Area”. S’è occupato di cronaca nazionale per “News Mediaset”. Ha scritto un format televisivo e un monologo teatrale sulla sicurezza stradale, “Strada Maestra” e “Testacoda”, un format per un giornale radio di news curiose, “Questa è Grossa”, ed è coautore di un format Tv sull’orientamento al lavoro, “Get the Job!”. Ha pubblicato un romanzo, intitolato “Missione Cocomero enoissiM oremocoC”, prendendo spunto da alcune notizie strane, ma vere, apparse negli anni sui media. È un pittore Effettista. Il suo dipinto “Sogno durante il lockdown” ha ricevuto la menzione della critica alla 43ª edizione del concorso “Medusa Aurea” dell’Accademia internazionale d’arte moderna

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