La crisi ucraina e il ruolo della diplomazia occulta

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Come ai tempi della Guerra fredda, Mosca e Washington sembrano parlarsi attraverso un linguaggio oscuro, comprensibile solo al Cremlino e alla Casa Bianca

La crisi in Ucraina assume ogni giorno sempre più l’aspetto di uno scontro “per procura” tra Usa e Russia. I proclami e le reciproche accuse che arrivano da Mosca come da Washington sembrano aver riportato l’orologio della Storia agli anni della Guerra Fredda, quando dietro l’equilibrio del terrore agiva anche – e val la pena di dire “per fortuna” – una diplomazia sotterranea che lavorava soprattutto per evitare che un eccessivo attrito tra le due superpotenze provocasse una scintilla in grado di dar fuoco alle polveriere nucleari.
Se quella diplomazia segreta oggi si sia ridestata non siamo in grado di dirlo, ma è certo che, contrariamente a quanto sembra, il dialogo tra i due padrini delle fazioni in lotta per ora si sta snodando attraverso una serie di dichiarazioni criptiche per tutti, ma che loro paiono comprendere benissimo.

Ad esempio, prima di dare ordine alle sue truppe di andare a riprendersi la Crimea, Putin ha atteso un segnale di assenso da Obama: sì, è stato proprio Barack Obama a dire al Cremlino che per gli Usa la possibile annessione russa della penisola sul Mar Nero avrebbe rappresentato, paradossalmente, la soluzione ideale della crisi innescata dalla cacciata di Yanukovic. E lo ha fatto in una dichiarazione ufficiale, quando ha detto che l’occupazione russa della Crimea avrebbe avuto “un costo”: termine non utilizzato a caso, come del resto mai può fare l’inquilino della Casa Bianca. I costi a cui Obama si riferiva erano probabilmente quelli di un (improbabile) impegno militare statunitense al fianco di Kiev, insostenibili sia dal punto di vista finanziario che politico: un messaggio alla Russia che suonava tipo “la pace ha un costo, e noi lo paghiamo volentieri facendovi prendere la Crimea, visto che la regione è storicamente parte della Russia ed è abitata da russi che con gli ucraini non ci vogliono stare, così ci evitiamo pure che la situazione degeneri come nell’ex Jugoslavia. Caro Vladimir Vladimirovic, se vuoi mantenere il tuo bel naviglio a Sebastopoli a guardia del tuo gioiellino South Stream (il colossale gasdotto che i russi stanno costruendo sotto il Mar Nero, proprio a largo delle coste ucraine) fa’ pure, ma il costo da pagare è l’Ucraina russofona: quella resta a Kiev”.

Dal canto suo, il Cremlino sembra sintonizzato sulla medesima lunghezza d’onda: quasi a far presente agli Usa lo scarso, per non dire nullo, interesse strategico per le regioni russofone ucraine, Mosca (al netto delle minacce belliche di Putin) sta infatti adottando verso l’Ucraina orientale comportamenti molto diversi rispetto a quelli di qualche settimana prima in Crimea. Oltre al fatto di aver voluto subito coinvolgere l’Onu e l’Ue sulla questione, fin dall’inizio della crisi il governo russo ha emesso comunicati in cui marcava la differenza del proprio punto di vista sulle rivendicazioni indipendentiste delle regioni dell’Est rispetto a quello sulle istanze autonomiste della Crimea.
Ma come accadeva in epoca sovietica con la Pravda, è soprattutto attraverso i propri media che il Cremlino ha fatto sapere di non voler annettersi le regioni ribelli: i lettori più attenti avranno certo notato che le pagine in inglese dei siti della RIA Novosti e della Itar-Tass e i notiziari sulla rete all-news in lingua inglese RT definiscono gli insorti dell’Ucraina orientale “federalisti”, sebbene nell’autoproclamata Repubblica di Donetsk si utilizzino termini e atteggiamenti che di federalista hanno poco.

Ma a Mosca importava soprattutto chiarire la propria posizione, e quell’incidere sul termine “federalista” equivale ad un ribadire a Kiev la conditio sine qua non la Russia non interverrà militarmente nel conflitto: la nuova Ucraina dovrà assumere le fattezze di uno Stato federale con ampie autonomie linguistiche ed amministrative per le aree russofone del Paese.
Attraverso i media governativi, Putin perciò non ha fatto altro che anticipare ad Usa e Ue le basi della trattativa su cui si è poi sviluppata la Conferenza di pace a Ginevra, tenutasi in settimana tra i ministri degli Esteri di Russia, Usa ed Ue, dove Sergej Lavrov, John Kerry e Catherine Ashton hanno effettivamente convenuto l’impegno a preservare l’unità dell’Ucraina, attraverso però la concessione di autonomie alle regioni russofone, su cui il premier ucraino Yatsenyuk si è detto pronto alla trattativa. Un successo merito di questa riedizione della diplomazia “a codici cifrati”? Per ora la strada del dialogo è aperta, e sicuramente conoscere in anticipo le posizioni della controparte ha contribuito al clima costruttivo del vertice svizzero.

Peccato solo che ad avvelenare quella che poteva essere una vittoria diplomatica del Cremlino siano stati proprio i russofoni della Repubblica di Donetsk, con il loro mancato riconoscimento degli accordi ginevrini (“Lavrov parla per Mosca, non per noi”): se vogliamo dare un’interpretazione anche questa presa di posizione, potremmo leggerla sì come la conferma di una voglia d’indipendenza dall’Ucraina, ma anche – ed ecco la novità – una netta presa di distanze anche dalla Russia.

Alessandro Ronga

Foto © European Community, 2014

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