Chi ha paura di Braveheart?

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A poco più di una settimana dal referendum sull’indipendenza, in Scozia il vantaggio dei “Sì” rende gli ambienti economici sempre più inquieti

Il sorpasso c’è stato: in prossimità del traguardo, quando una campagna elettorale entra nel vivo e il testa a testa diventa questione di numeri. Certo è che se l’Election Day sull’indipendenza della Scozia dalla Gran Bretagna fosse stato ieri, il risultato – secondo i sondaggi – sarebbe stato a favore dei “Sì”: il 51% degli scozzesi avrebbe votato per non essere più suddito di Sua Maestà.

Il prossimo 18 settembre però si passerà al voto reale, e di certo tra chi voterà per l’indipendenza non ci sarà gran parte del mondo produttivo e finanziario scozzese, che si è schierato apertamente per il “No”: banchieri e imprenditori vogliono restare sotto la Union Jack, e più di 120 di loro lo hanno pubblicamente dichiarato a fine agosto, quando hanno fatto pubblicare sull’autorevole quotidiano The Scotsman una lettera-appello che invitava gli elettori a dire “No” all’indipendenza.

«In qualità di persone che creano lavoro, abbiamo attentamente ascoltato le ragioni di entrambe le parti – si legge nella lettera –, e la nostra conclusione è non sono state fatte adeguate valutazioni sull’impatto che avrebbe l’indipendenza sulle questioni economiche».

La lettera continua: «L’incertezza circonda una serie di questioni fondamentali, tra cui la valuta, le regolamentazioni, le tasse, le pensioni, l’adesione all’Unione Europea e il sostegno alle nostre esportazioni in tutto il mondo, e l’incertezza è un male per il business. L’economia scozzese sta crescendo: stiamo attraendo investimenti record e il tasso di occupazione è elevato. Dovremmo essere orgogliosi del fatto che la Scozia è un luogo ideale per costruire imprese e creare posti di lavoro: un successo realizzato come parte integrante del Regno Unito, che offre al business una solida piattaforma per investire in posti di lavoro e attività produttive. Continuando a lavorare insieme, continueremo a mantenere florida la Scozia».

Tra i firmatari dell’appello il presidente di Banca HSBC Douglas Flint e il CEO di Cooperative Bank Niall Booker, più decine di top manager come Andrew Mackenzie, Amministratore delegato della compagnia mineraria BHP Billiton, Ian Curle, numero uno della Edrington, holding che controlla i noti marchi di whisky scozzese Macallan e Famous Grouse, Sir John Grant del BG Group, Simon Thomson, CEO della Cairn Energy.

L’idea di pubblicare una lettera agli elettori è venuta a Keith Cochrane, a capo della compagnia ingegneristica Weir Group: Cocharne però ha subito voluto chiarire che la sua iniziativa non è legata ad alcuna organizzazione politica, ma riassume semplicemente le preoccupazioni del mondo degli affari per i possibili contraccolpi economici di cui la Scozia potrebbe risentire in caso di separazione da Londra, che potrebbero riguardare il costo dei generi alimentari e il rincari dei mutui.

Tuttavia, non tutti sono dello stesso parere. Secondo l’ex presidente della Royal Bank of Scotland, Sir George Mathewson, con l’indipendenza da Londra il comparto finanziario scozzese potrebbe diventare ancor più fiorente. «Non c’è nulla che suggerisca che far parte di un paese più piccolo ostacoli il settore dei servizi finanziari: la Svizzera, per esempio, ha a Ginevra e Zurigo, non uno, ma due dei dieci principali centri finanziari mondiali. Singapore, con cinque milioni di abitanti, è al quarto posto: quello degli investimenti è un business sempre più globale, in cui il successo dipende molto di più dalle persone che dai confini», ha dichiarato Sir Mathewson.

Alessandro Ronga

Foto © Wikicommos / C. Hutchinson, 2006

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