Fondamentale un’intesa fra Russia e Stati Uniti per il futuro politico di Siria e Iraq

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All’indomani degli attentati Hollande intensifica i bombardamenti, ma stenta ancora a delinearsi una strategia unitaria della UE

Quale strategia per la Siria? Questa sembra essere la domanda più urgente, alla quale la comunità internazionale deve fornire una risposta nel più breve tempo possibile. L’intensificazione dei bombardamenti francesi all’indomani degli attentati non porta alcuna novità significativa nella linea finora adottata dall’Eliseo, ma sembra rispondere solo superficialmente a quei criteri di spietatezza dettati da Hollande come reazione immediata, volta a tranquillizzare un’opinione pubblica spaventata in quanto inerme di fronte alla minaccia terroristica. Il Paese è in guerra, afferma il presidente francese, facendo appello agli alleati affinché trovino la determinazione necessaria per affrontare la crisi, alla Ue perché si mostri finalmente unita e non scossa da un’eterna frammentazione.

La politica dei raid aerei non può in alcun modo essere risolutiva. Dopo le parole di Obama, secondo il quale un intervento di terra sarebbe controproducente, l’obiettivo di abbattere lo stato islamico sembra essere demandato all’impegno delle forze curde e dei ribelli, sostenuti dall’appoggio logistico della coalizione internazionale. Ipotizzando che si riesca a raggiungere lo scopo, resta prioritario comprendere cosa si voglia fare della Siria e dell’Iraq. A questo punto fondamentale sarà il ruolo della diplomazia, essenziale un compromesso fra Russia e Stati Uniti. Dopo l’intervento di Mosca, il reticente Obama è costretto ad un coinvolgimento sempre maggiore nel conflitto. Dal canto suo Putin, al quale non difettano cinismo e pragmatismo, cercherà di sfruttare a proprio vantaggio le debolezze occidentali, in particolare nello scacchiere ucraino.

P026068000402-649368Complessa la situazione in Siria. Contro l’Isis combatte naturalmente l’esercito regolare fedele ad Assad, ma anche i curdi, i Pasdaran iraniani e gli Hezbollah libanesi, recentemente colpiti dal sanguinoso attentato di Beirut. In Iraq si schierano contro lo stato islamico ancora i curdi e gli iraniani. Se i raid aerei stanno fiaccando la resistenza degli jihadisti, occorrono truppe di terra che approfittino dei momentanei sbandamenti per riconquistare terreno. I curdi avranno un ruolo essenziale. Qualcuno penserà al futuro di questa etnia senza patria? E come conciliare il loro impegno con l’ostilità esplicita del governo turco?

La verità è che l’Isis, come il mostro di Frankenstein, si è ribellato ai suoi creatori. Il califfo Abu Baqr al Baghdadi ha sfruttato a proprio vantaggio le contraddizioni di un’area destabilizzata da anni di conflitti, edificando uno stato arduo da abbattere. Occorre poi valutare il ruolo delle monarchie arabe sunnite, che appoggiano l’Isis per indebolire il nemico iraniano. Un intervento delle potenze occidentali forse potrebbe ottenere effimeri successi militari, ma senza una pianificazione accurata degli scenari politici rischia di consegnarci un medio oriente ancora più incerto e conflittuale.

Per comprendere bene la situazione attuale occorre fare un passo indietro a quell’11 settembre del 2001 che rappresenta un vero spartiacque nella storia dell’umanità. Allora alla Casa Bianca c’era Bush, il quale non ha esitato a muovere guerra all’Iraq, promettendo un mondo più sicuro. Oggi sappiamo che il risultato non è stato raggiunto, che il medio oriente è ben lungi dall’essere pacificato, che la situazione non è mai stata tanto intricata come oggi. Il vuoto politico della Libia, creato dall’intervento militare francese, aggiunge benzina ad un panorama abbondantemente infiammato.

Questo per quanto riguarda le questioni strategiche e politiche internazionali. E riguardo la minaccia terroristica? I recenti attentati hanno insinuato nell’opinione pubblica il dubbio che, nella gran massa dei rifugiati possano nascondersi i terroristi. Come conciliare il valore dell’accoglienza con la necessità di un controllo più capillare? La strategia dell’odio ha già ottenuto la momentanea sospensione di Schengen da parte dei francesi. Un modello da ripensare alla luce dei mutamenti che stanno sconvolgendo l’ordine mondiale, o un valore da difendere a tutti i costi?

Certamente il terrorismo sta insinuando il dubbio che i credenti nella religione musulmana, per quanto integrati, rappresentino comunque una minaccia. Un regalo alla politica dell’estrema destra, in preoccupante crescita in tutta Europa. Per quanto si cerchi di trasmettere il messaggio secondo il quale non siamo in lotta contro l’Islam, ma solo contro alcuni fanatici estremisti, certo è che la convivenza fra cristiani, ebrei e musulmani si va facendo sempre più difficile. Se l’immigrazione fino a poco tempo fa era vista dagli analisti come una risorsa, demografica ed economica, oggi rischia di trasformarsi in una minaccia agli occhi di molti. L’enorme incremento dei flussi migratori, causato dai conflitti mediorientali, rischia di destabilizzare l’intero quadro politico della Ue.

Tutta questa insicurezza e questa violenza favoriranno l’insorgere di governi estremisti in Europa, o la nostra democrazia è più forte di qualsiasi barbarie? Il nostro modello di vita risulterà vincente, o saremo costretti a modificarlo in relazione alle nuove minacce e all’escalation della minaccia terroristica? Questi sono i punti fondamentali, queste le domande alla quali, nei prossimi anni, saremo chiamati a rispondere.
Riccardo Cenci

Immagini

Credit © European Union, 2015

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