Visse miseramente, umile tra gli umili, a cavallo delle due guerre mondiali
Quando nel 2003 l’Arcidiocesi di Pesaro volle ricordare mons Bonaventura Porta, vescovo di Pesaro, a 50 anni dalla morte non si conosceva molto la personalità di questo grande pastore dell’antica chiesa pesarese che risale al conduttore e vergine San Terenzio.
Oggi sfogliando gli atti delle celebrazioni di questo umile vescovo, che si può paragonare al vescovo francese descritto da Victor Hugo nel suo romanzo “I Miserabili”, ci si rende conto, anche con un po’ di nostalgia, di come sia cambiata la Chiesa nella società italiana. Mons Porta, oltre ad essere stato un vescovo santo, colto e povero, fu anche un grande penitente, che seguiva alla lettera i principi del francescanesimo e che visse in prima persona l’apertura del Concilio vaticano II con papa Giovanni XXIII il primo settembre 1961. Il monsignore a tal riguardo affermò: «Il Concilio non deve rinnovare le condanne». E si perché il tempo in cui visse era stato un’età di condanne e l’umile prelato ha cercato di capire il suo tempo, alla ricerca della verità.
Il modernismo
Era informato di tutto e teneva nella sua biblioteca anche libri letti e riletti, messi all’indice. Minuziosa era la sua informazione sul modernismo, cioè di quella tendenza dottrinale
manifestatasi tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX sec, specialmente in ambito cattolico, ma anche a favore di un rinnovamento teologico e della dottrina sociale a partire dall’Enciclica Rerum Novarum. Un vescovo di provincia proiettato in una realtà ecclesiale, con un clima di delazioni e sospetti sotto il pontificato di Pio X. Ma mons Porta come papa Giovanni XXIII non furono modernisti, anche se accusati dai loro avversari di esserlo. Erano pastori aperti a una chiesa in trasformazione. C’è ancora un piccolo quadernetto a righe che Porta aveva intitolato “Bibliografia” con indicazioni di libri che avrebbe voluto comprare, solo desideri viste le sue magre finanze. Era molto informato anche della cultura francese.
Ragione e fede
Nel 1927 mons Porta aveva mandato alle stampe un volumetto “Ragione e fede“. La rivista di Letture, così la recensiva: “chi vuol fare il dilettante nello studio di questa materia non apra il volume. Ma a chi interessa lo mediti. È davvero uno studio di filosofia e di teologia naturale e profonda, ricco di citazioni preziose della sapienza antica e contemporanea”. Una riflessione che si ritrova molti anni dopo nello studio di una enciclica di papa Benedetto XVI dedicato al rapporto fra ragione e fede, che è alla base di uno dei temi della nostra contemporaneità.
Mons Porta lesse le opere di Darwin sull’origine della vita e non le condivise ma non le contrastò. Così scriveva: “La trasformazione dei viventi, fino alla trasformazione delle specie, sotto la direzione della provvidenza non è impossibile”. Cercava un dialogo con la cultura positivista, rimanendo fermo al principio dell’uomo a immagine di Dio.
Il monsignore mangiava pochissimo a lume di candela in uno stato di povertà estrema, andava in Duomo fin dalle prime ore del mattino per pregare in quel silenzio che non è solo religioso ma anche laica. Non era un poeta, ma senza accorgersene aveva scritto una poesia su “un’ombra inginocchiata che faceva luce”. Un simbolismo che riprendeva la tradizione dei grandi mistici
Il rapporto con il fascismo
In una lettera scritta il giovedì santo del 1932 al clero e ai fedeli mons. Porta fa riferimento a una “recente bufera” (del 1931) scatenatasi improvvisamente contro le associazioni cattoliche, specialmente giovanili, da parte delle bravate dello squadrismo fascista. “Hanno frugato in tutti gli angoli delle nostre sedi, hanno rovistato tutti gli archivi, hanno asportato tutti i documenti, fatto inchieste, ma nulla trovarono e si tentò di ricorrere ad apocrifi” (Bollettino diocesano 1932). Furono situazioni amare per il Porta vescovo, libero e apostolo della verità che è doveroso ricordare a 71 anni dalla morte.
Paolo Montanari
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