Dove va l’Euro?

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La domanda è stata al centro della tavola rotonda in occasione della presentazione dell’omonimo libro di Carmelo Cedrone

Sulla strada dell’integrazione europea, la moneta unica è stata una tappa dalla quale non si può più tornare indietro: è questa l’opinione condivisa che è emersa dall’interessante dibattito sul futuro dell’ Euro, tenuto ieri pomeriggio a Roma presso la Rappresentanza Ue in Italia, a margine della presentazione del libro del professor Carmelo Cedrone intitolato, appunto, “Dove va l’Euro?”. Il saggio, che ricostruisce la crisi dell’Eurozona dal punto di vista finanziario, economico e sociale, mette in risalto soprattutto le criticità delle misure di austerity adottate per far fronte alla crisi. Misure che – ha sottolineato Stefano Polli dell’Ansa, moderatore degli interventi – hanno fatto smarrire all’Ue il principio di solidarietà su cui essa si fonda. «È molto interessante il paragone che Cedrone fa tra la cura europea e quella americana: da noi si è anteposta l’austerity alla crescita, negli Usa hanno fatto l’opposto».

Il risultato – secondo il sen. Paolo Guerrieri (PD) – è stato che nel 2012 gli Usa si erano già incamminati sul percorso della crescita, mentre l’Ue nel 2012 da un lato salvava l’Euro dal tracollo ma dall’altro piombava nella recessione, «figlia proprio di quei tagli imposti dalle austerity»: per Guerrieri, se la politica d’austerità fosse stata una sola, ma coordinata in proporzione alle varie sfaccettature dell’Eurozona, l’impatto sull’economia reale sarebbe stata meno pesante. Invece, rileva l’esponente del PD, la crisi è stata affrontata «scaricando sui Paesi già indebitati l’onere dell’indebitamento». Il risultato è che oggi, a colpi di tagli di spesa, l’economia reale è ancora in sofferenza: la ripresa è debole, zavorrata ad una domanda interna così scarsa da far scendere l’inflazione sotto l’1% nell’intera Eurozona, il che fa seriamente temere una possibile deflazione. E questa situazione – teme il senatore Guerrieri – porterà benefici solo alle forze anti-Euro, a meno che non si inverta il trend rilanciando investimenti che favoriscano la ripresa domanda interna.

Opinioni condivise anche dell’autore del libro, secondo cui gli Stati Uniti hanno saputo rispondere meglio alla crisi dell’economia reale di quanto abbia fatto l’Ue. Il paradosso, sottolinea il professor Cedrone, è che negli Usa è stato impiegato denaro pubblico in un sistema economico dove il privato e il mercato sono sacri, mentre l’Europa adottava una politica tutt’altro che “sociale” a dispetto dei principi di coesione e solidarietà su cui si fonda. L’errore di base, secondo Cedrone, starebbe addirittura nel Trattato di Maastricht del 1992, dove si programmava la nascita della moneta unica senza che vi fossero intorno infrastrutture di vigilanza, controllo e coordinamento delle Banche centrali: «Ciò che serve oggi all’Europa è un’Euro-unione, ossia una vera unione delle 18 banche centrali dell’Eurozona», conclude.

Dunque, le scelte fatte dal 2008 ad oggi sono state tutte sbagliate? Non è di questa opinione l’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto per gli Affari Internazionali: «Si è evitato che l’Euro collassasse, il che dimostra che sarebbe sbagliato criticare tutto ciò fatto finora». Ma Nelli Feroci punta l’indice anche sulle criticità della governance europea che la crisi ha messo a nudo: dai sistemi di controllo sulle dinamiche debito/deficit rivelatisi inefficaci all’incapacità di evitare squilibri macroeconomici, dalla mancata costituzione di un Fondo Monetario di salvataggio alla scarsa vigilanza sulle banche che si indebitavano paurosamente, anche grazie alla mancanza di regole comuni. Per il diplomatico, è necessario sviluppare al più presto la governance della politica economica e monetaria dell’Ue e risanare il sistema bancario, per ridare l’accesso al credito a privati e imprese.

Per questo motivo, afferma il Sottosegretario alle Politiche Europee Sandro Gozi (PD), «l’Europa deve parlare di politica industriale più che di algoritmi: l’Euro deve essere solo un mezzo per creare sviluppo, che è il vero obiettivo dell’Unione. E l’Italia, che da luglio sarà presidente di turno dell’Ue, dovrà dar vita ad un dibattito politico sui temi dello sviluppo».

Raffaele Brancati, presidente MET (Monitoraggio Economia e Territorio), si è soffermato sul rinnovo del Parlamento Europeo, che vedrà quasi certamente crescere la pattuglia degli anti-euro: «C’è troppa paura per un successo di chi vuole l’uscita dall’Euro: gli italiani sanno benissimo che ci troviamo in una fase di “non ritorno”. Personalmente, a me preoccupano più le “lezioni di fiscalità” che arrivano da chi fa il premier in piccole nazioni». Una critica, nemmeno troppo velata, al candidato alla Presidenza Ue del PPE Jean-Claude Juncker, che però ha spinto Stefano Polli ad intervenire per sottolineare che «Juncker è un grande europeista».

Ma il rischio che il 25 maggio la disaffezione verso l’Europa possa giocare un brutto scherzo è forte: Polli ha parlato di uno scarso senso di cittadinanza europea negli italiani e non solo, forse anche per la colpevole assenza di una comunicazione da parte dell’Ue diretta a far crescere nei cittadini un maggior senso di appartenenza. «Sono i giovani, molti dei quali a maggio voteranno per la prima volta, quelli che credono di meno nell’Europa – ha ammesso il Direttore della Rappresentanza Ue, Lucio Battistotti – : forse perché non sono a conoscenza delle grandi opportunità che l’Europa unita può offrire loro, o forse perché l’hanno conosciuta quando era già costituita, a differenza delle generazioni precedenti che invece l’hanno vista nascere e crescere passo dopo passo».

Alessandro Ronga

Foto © European Community, 2014

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