Ucraina

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Motivazioni di una crisi

L’attuale crisi russo-ucraina affonda le proprie radici nel crollo del grande impero sovietico, nel dileguarsi improvviso delle utopie socialiste.

Interi popoli sono rimasti attoniti di fronte al collasso di una struttura che pareva edificata per essere eterna. Un enorme mosaico si è frantumato, lasciando i propri pezzi alla deriva.
Da allora la dinamica fra spinte indipendentiste e azioni repressive è stata pressoché costante.

Eppure l’Ucraina è sempre rimasta nell’orbita russa. Dal punto di vista economico-militare, basti ricordare che le forniture di gas all’Europa passano per questo territorio e che la Russia, tramite la flotta di stanza a Sebastopoli, mantiene il controllo strategico del Mar Nero.

Importanti sono poi le diversità culturali e religiose, storicamente individuabili in maniera ben precisa. Le regioni occidentali, appartenute alla confederazione polacco-lituana ed in seguito all’impero austroungarico, sono a prevalenza linguistica ucraina, mentre il culto praticato è in gran parte cattolico. Le regioni orientali, al contrario, non si sono mai allontanate dall’orbita russa, mentre dal punto di vista religioso domina la chiesa ortodossa. Ci vuole poco per rendersi conto di come tali differenze pesino nel contesto generale del paese. Basti dire che, nella capitale Kiev, la lingua più diffusa ed usata a livello istituzionale è paradossalmente proprio quella russa.

Il tessuto sociale dell’Ucraina è dunque estremamente eterogeneo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, russi che vivevano in territorio ucraino si sono ritrovati in mano il passaporto di uno stato sconosciuto. Intere famiglie vivono questa scissione.

Ne risulta che l’Ucraina è un paese profondamente diviso. I popoli occidentali sono condannati all’emigrazione da un contesto che non offre alcuna opportunità di lavoro. Le problematiche legate all’ottenimento di un visto, ed il commercio fiorito a spese di chi abbia la necessità di entrare nell’area Schengen (a volte anche solo per visitare i parenti rimasti in Polonia), portano alla ribalta le istanze favorevoli ad un processo di integrazione ancora al di là da venire.

Conseguenza di tale situazione sono le ripetute crisi che il paese ha vissuto negli ultimi anni, dalla cosiddetta rivoluzione arancione, che in maniera incruenta ha portato al potere prima Viktor Yushenko e poi Julia Timoshenko, fino al fallimento del movimento ed alla elezione del candidato filorusso Viktor Yanukovich.

Ora gli equilibri sembrano essersi definitivamente incrinati. Le proteste di piazza, scatenate dalla sospensione degli accordi di associazione con l’UE, hanno acceso i riflettori su una piazza trasformata in palcoscenico rivoluzionario. Violenza e barricate dal sapore ottocentesco hanno sostituito le istanze del pacifismo originario. Infiltrazioni di estremisti di destra hanno macchiato le aspirazioni di un popolo che, in primo luogo, si opponeva alla corruzione dilagante e alla cattiva amministrazione tramite i propri irrefrenabili impulsi libertari. Tutto questo mentre a Mosca ogni manifestazione di dissenso viene soffocata sul nascere e i giornalisti scomodi vengono messi a tacere.

La crisi ha riacceso toni da guerra fredda che credevamo estinti. Recentemente gli Stati Uniti hanno dimostrato una volontà sempre crescente di allargare la propria influenza all’Ucraina.
Putin, dal canto suo, non riconosce come legittimo il governo interinale di Kiev, e non ha alcuna intenzione di rinunciare ai propri interessi nell’area. In tutto questo l’UE fa la voce grossa, senza peraltro mostrare una strategia forte e convincente.

Il campo dello scontro attualmente è la Crimea. Le forze armate russe e filorusse controllano i punti strategici e le frontiere, mentre i militari ucraini appaiono sempre più isolati e impotenti. Il referendum sulla secessione, il cui esito appare scontato, potrebbe rappresentare una scintilla pericolosa nella polveriera ucraina. I paesi del G7 annunciano che non riconosceranno il risultato di una consultazione ritenuta illegittima, mentre gli Stati Uniti parlano di una vera e propria aggressione e di una intollerabile violazione del diritto internazionale.

Il rischio di trovarsi di fronte ad una catastrofe dalla portata simile a quella della guerra jugoslava è purtroppo concreto. In tale contesto gli interessi economici giocano un ruolo decisivo. Molto dipenderà dal lavoro delle diplomazie e dalla lungimiranza dei governi i
quali, in ogni caso, non devono sottovalutare i rischi di un conflitto sanguinoso e fratricida che la stragrande maggioranza della popolazione non vuole e che avrebbe conseguenze certamente disastrose e difficilmente prevedibili.

Riccardo Cenci

Foto © European Community, 2014

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