May chiede rinvio Brexit al 30 giugno: «È ora che Parlamento decida»

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Risposta gelida della Commissione Ue: non si vada oltre 23 maggio, «prima approvate l’accordo». Rischio di incertezza legale per le elezioni europee

20 Marzo 2019 | di | Attualità - Europa - Politica

A nove giorni dalla data prevista della Brexit, dopo che in passato ci si è impuntati perfino più sull’orario, la premier britannica Theresa May ha chiesto il rinvio del divorzio dall’Unione europea dal 29 marzo a «non oltre il 30 giugno». Una proroga breve, a patto di riuscire finalmente a strappare quella ratifica di Westminster sull’accordo raggiunto lo scorso novembre ma già due volte bocciato dai deputati di Sua Maestà. Durante il – a dir poco “tempestoso” – Question Time al Parlamento britanico, la leader conservatrice ha annunciato con «grande rammarico personale» di aver inviato la lettera di richiesta al presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk. Quest’ultimo ha risposto con una breve dichiarazione davanti alla stampa a Bruxelles: «Credo che un’estensione breve sarà possibile, ma sarà condizionata a un voto positivo dell’accordo di ritiro alla Camera dei Comuni», ha dichiarato alla vigilia del summit Ue di giovedì e venerdì a Bruxelles.

Un Consiglio europeo dal quale pare che non ci si debbano attendere novità: il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker ritiene che «non ci sarà alcuna decisione questa settimana». Il nodo da sciogliere è la data del rinvio. Se May ha chiesto il 30 giugno, dall’esecutivo europeo è arrivata una doccia fredda: non si vada oltre il 23 maggio, oppure si scelga «almeno la fine del 2019». Ma mentre nel primo caso si eviterebbero «difficoltà istituzionali e incertezza legale» rispetto alle prossime elezioni (se Londra non fosse fuori per tale data, dovrebbe in teoria essere della partita), nel secondo il Regno Unito dovrà partecipare alle europee di maggio. Ricordiamo che a questo si aggiunge il fatto che la richiesta di rinvio ha bisogno di un’approvazione all’unanimità da parte dei capi di Stato e di governo dei restanti Ventisette Paesi membri.

In serata May, tenendo un breve discorso alla nazione, è sembrata rispondere anche a questo: «Alcuni dicono che avrei dovuto chiedere un rinvio fino a fine anno per dare maggior tempo ai politici per discutere, ma questo significherebbe chiedervi di votare alle elezioni europee tre anni dopo avere deciso di uscirne», ha spiegato ai concittadini. E ha lanciato un appello alla Camera dei Comuni: «È arrivato momento di prendere una decisione». Anche il dibattito all’incontro dei Ventisette di giovedì e venerdì si preannuncia teso. La Francia ha anticipato: voteremo contro se «May non sarà in grado di presentare al Consiglio europeo garanzie sufficienti sulla credibilità della strategia», così «preferendo un’uscita senza accordo» ha dichiarato il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian in Parlamento. Le Drian ha riferito che Parigi pone tre condizioni per dare il via libera alla proroga chiesta dalla premier britannica: deve essere finalizzata alla ratifica dell’accordo di recesso; non devono esserci modifiche all’accordo; la Gran Bretagna non deve prendere parte alle elezioni europee.

Quanto alla Germania, la posizione è soprattutto di attesa: ci si è limitati ad accogliere con favore una richiesta di rinvio “chiara”, senza schierarsi e rimandando ogni discussione al summit dei capi di Stato e di governo di Bruxelles. Il presidente Tusk al momento non prevede la necessità di convocare un Consiglio europeo straordinario per la prossima settimana: ritiene che se sarà accolta la sua raccomandazione del via libera a un rinvio breve, e se ci sarà un voto positivo al Parlamento britannico la prossima settimana, «potremmo finalizzare e formalizzare la decisione dell’estensione tramite una procedura scritta». «Con o senza accordo» sulla Brexit, «i diritti dei cittadini sono intoccabili» – ha ribadito il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani – a margine di un incontro con una delegazione di cittadini europei che vivono nel Regno Unito e di cittadini britannici che vivono in Europa. «Ci sono oltre 3,5 milioni di europei che vivono nel Regno Unito, fra cui circa 600mila italiani» – ha affermato Tajani – «Il Parlamento europeo si è sempre battuto perché venissero tutelati i loro diritti e continuerà a farlo con ancora più forza adesso».

Il leader laburista Jeremy Corbyn, al Question Time, parlando di “crisi nazionale” nell’acceso botta e risposta con May ha annunciato in tono di sfida che andrà anche lui a incontrare i leader europei, accusando la premier di «non avere un piano». All’origine della richiesta della premier c’è il rifiuto dei “suoi” deputati di approvare l’intesa negoziata in oltre un anno e mezzo con l’Unione europea. Parole al veleno anche dalla premier scozzese, Nicola Sturgeon, per la “collega” londinese, Theresa May, colpevole di «non aver ammesso le sue responsabilità nel pasticcio Brexit» durante il suo discorso alla nazione. «Ciò che mancava in quell’inutile intervento del primo ministro era il riconoscimento dell’enorme responsabilità che lei ha in questo pasticcio. Avrebbe potuto cambiare rotta dopo la prima bocciatura del suo accordo. Ma sta ancora cercando di forzare la mano per una scelta tra un cattivo accordo e un no deal. Vergognoso», ha twittato Sturgeon. A Westminster May riporterà il testo dell’accordo alla Camera dei Comuni, ma questo dovrebbe prevedere delle novità visto che lo speaker John Bercow lunedì ha dichiarato che il voto non potrà avvenire sullo stesso testo, a meno che non siano presentate “modifiche sostanziali”.

Intanto una petizione lanciata in Gran Bretagna per chiedere “la revoca dell’articolo 50” e quindi di restare nell’Ue ha raggiunto in due giorni 200mila firme. L’obiettivo iniziale di 100 mila adesioni è stato sfondato in poche ore. «Il governo sostiene ripetutamente che uscire dall’Ue è “la volontà del popolo”. Dobbiamo porre fine a questa affermazione dimostrando la forza dell’attuale sostegno popolare per rimanere nell’Unione europea. Un referendum potrebbe non avvenire, quindi vota ora», si legge nel testo della petizione. Secondo la legge britannica, il Parlamento è tenuto ad aprire un dibattito sulle petizione che superano le 100 mila firme. Non è escluso che nelle prossime ore quella per restare nell’Ue arrivi al milione. Forse anche perché cresce sempre di più l’allarme per medicinali che iniziano a scarseggiare in diversi ospedali e farmacie del Regno Unito, anche e proprio a causa delle incertezze della Brexit e del timore di difficoltà d’importazione di prodotti stranieri in caso di divorzio traumatico dall’Ue senz’accordo (no deal).

 

Angie Hughes

Foto © CNN

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