Innsbrucker Festwochen: Ifigenia in Aulide

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Dopo oltre trecento anni il festival tirolese ripropone l’opera che Antonio Caldara presentò alla corte degli Asburgo nel 1718

Dopo oltre trecento anni di oblio, l’Ifigenia in Aulide di Antonio Caldara vede nuovamente la luce, in un allestimento presentato al Tiroler Landestheater per le Innsbrucker Festwochen der Alten Musik. La sua nascita risale al 1718, quando andò in scena nel teatro di corte degli Asburgo.

In un panorama sovente sclerotizzato, arido dal punto di vista della ricerca, il festival tirolese si distingue per la costante proposizione di titoli desueti, e per la riscoperta di musicisti ingiustamente dimenticati. È il caso di Antonio Caldara, nativo di Venezia ma attivo per lunghi anni a Vienna, dove ricopriva un ruolo importante presso la corte di Carlo VI.

La musica strumento del potere

L’imperatore teneva in grande considerazione il compositore italiano, per la sua capacità di sublimare la retorica del potere in lavori di grande spessore emotivo. Non è un caso che Ottavio Dantone abbia aperto questa Ifigenia con una dedica al sovrano, originariamente pensata per la conclusione, ma che in questo caso fungeva ottimamente da prologo.

Il mito

Il libretto di Apostolo Zeno trae sostanza dal mito narrato da Euripide. Ifigenia deve essere sacrificata per placare l’ira degli Dei e permettere ai greci di salpare verso Troia, dove li attende una guerra lunga e faticosa. Il tema rappresenta un topos, un motivo che percorre l’intera storia dell’umanità.

La versione barocca

Per incontrare il gusto imperiale, Caldara confeziona una partitura dalla scrittura sontuosa, nella quale trovano posto il lirismo della scuola napoletana e la ricchezza strumentale vivaldiana, unite a un certo rigore di derivazione nordica.

L’esecuzione musicale

Ottavio Dantone, al suo secondo cimento tirolese, dimostra di essersi ambientato perfettamente. La sua lettura spicca per la perfetta aderenza alla drammaturgia, e per la flessibilità nell’assecondare la variegata scrittura. L’Accademia Bizantina segue in maniera ammirevole le intenzioni del suo direttore.

Il cast

Compagnia di canto compatta e di alto livello complessivo. Carlo Vistoli impressiona sin dall’inizio, nelle due arie consecutive che gli danno la possibilità di sfoggiare una coloratura all’altezza della sua fama. La voce è bella, fluida nel fraseggio e ricca di sfumature. Marie Lys è un’Ifigenia altrettanto brava, toccante nel delineare il carattere della donna innamorata, la quale improvvisamente capisce il proprio funesto destino. Tormentato l’Agamennone di Martin Vanberg, eccellente la giovane Neima Fischer nel ruolo di Elisena, in realtà la vera vittima sacrificale. Anche Lawrence  Kilsby, a dispetto di un’età ancora acerba, incarna un Ulisse ben cantato e ancor meglio interpretato. Ottima Shakèd Bar nelle vesti di Clitennestra, per l’accento scultoreo e il timbro sicuro. Bravi infine Filippo Mineccia come Teucro e Giacomo Nanni nei panni di Arcade.

L’allestimento

Esteticamente apprezzabile la messa in scena, senza particolari idee registiche. Anna Fernández e Santi Arnal conducono la narrazione in maniera chiara e lineare, ma anche un poco appiattita nei suoi valori drammatici. Le tre protagoniste femminili (Ifigenia, Clitennestra ed Elisena), portano altrettante marionette, simulacri della vita e della morte. Per il resto pappagalli e pavoni arricchiscono la scena, mentre su tutto domina l’effige dell’adirata Diana. Censurabili gli stendardi con i volti piumati, che sembrano frutti esotici più che immagini di eroi. Visivamente apprezzabili i costumi delle donne, meno quelli degli interpreti maschili. Anche l’uso delle luci, opera di Noxfera, non va oltre un generico accademismo. Una tale ripresa, dal livello musicale eccelso, avrebbe meritato uno spettacolo di maggiore spessore e più ricco di contenuti.

 

Oksana Tumanova

Foto © Birgit Gufler

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